Tra il fare e il dire – “accoglienza” e “routine”

Il terzo incontro del circolo di studi è stato dedicato a due tematiche “fondamentali” nella cultura dei servizi alla persona di ogni età, che hanno sviluppato e raggiunti livelli di eccellenza nella cultura dei servizi rivolti a persone tra 0 e 3 anni, seppure, bisogna dirlo, siano praticati a macchia di leopopardo -e non sempre con la necessaria costanza e puntualità, anche là dove se ne comprende la rilevanza.

Coerentemente con l’abitudine presa dall’avvio dei lavori, Cristina non era a conoscenza di cosa le avrei proposto oggi, pertanto, per introdurre il tema dell’accoglienza le ho fatto  trovare una tavola imbandita per la colazione, curata nei minimi dettagli, in cui potesse agevolmente servirsi di ciò che gradiva senza dovermi chiedere aiuto o chiarimenti, tutto era a portata di mano (senza bisogno di alzarsi), tutto era curato nell’estetica, il suo posto (quello con la vista sull’esterno) segnalato con apposito segnaposto e un animaletto fatto con la tecnica dell’origami. Dopo che si è seduta e mi ha raccontato un po’ di cose, le ho esplicitato che eravamo già entrate nel pieno dei lavori, poiché l’accoglienza offertale non era dettata dal caso ma voleva introdurla al tema dell’accoglienza sperimentando in prima persona “agio”, “piacere” e “benessere” attraverso un ambiente studiato per farla sentire  “gradita” e “pensata” fin da prima del suo arrivo.

Le ho detto che questa attenzione alla tavola è una metafora dell’importanza dei contenuti espressi dall’ambiente  all’interno di un servizio alla persona. Le ho poi raccontato a grandi linee, mentre continuavamo comodamente a bere il nostro caffé tedesco, che il sapere sul valore dell’accoglienza affonda le radici lontane, tuttavia, spesso i servizi e lo stile dei vari operatori socio-sanitari-educativi non lo riflettono nelle azioni, nei tempi e nella cura a e dei dettagli.

Ho voluto quindi accompagnarla attraverso la riflessione sviluppatasi all’interno al nido per introdurla alla pratica pedagogica di “declinare fattivamente in azioni” scelte che riflettono “valori, idee, forme di sentire”; in maniera estremamente sintetica le ho raccontato che l’accoglienza di un bambino\a è anche accoglienza della sua famiglia allargata e che gli ambienti -fin dall’ingresso dell’edificio- devono “trasudare” contenuti.

L’ambiente di un buon nido è affettivamente avvolgente, leggibile, immediato, capace di mettere facilmente a proprio agio chi lo vive (bambini, adulti) costellato di punti di riferimento solidi, prevedebili, rassicuranti ma mai banali, peraltro intervallati da piccoli periodici spazi capaci di “sorprendere”, “meravigliare”, “sollecitare”.

Il nido è un luogo di vita che si rivolge prioritariamente (ma non esclusicamente) a bambini e bambine da 3 mesi a 3 anni, pertanto a persone che ogni giorno vivono le azioni della quotidianità come novità; per bambini e bambine non esiste soluzione di continuità tra le cosiddette “attività” e il resto della giornata, tale distinzione è funzionale all’adulto per capire se il bambino ha fatto dei “lavori” (dipingere, manipolare, etc) e talvolta finisce per sviare l’attenzione dell’educatore da ciò che è realmente importante: curare, attraverso un precisissimo lavoro di regia, un ambiente confortevole, ricco, stimolante, ma comodo, strutturato a misura di bambino, ma nel quale anche l’adulto riesca a vivere comodamente, che valorizzi ogni possibile fonte di piacere ed indagine che il bambino, liberamente, può esperire in un contesto ben tenuto. Garantire la tenuta, nel tempo, di un ambiente progettato e pensato a misura di bambino, significa dare continuità a quelle buone pratiche di accoglienza che devono necessariamente essere presenti quotidianamente nel servizio, contribuendo anche a variarlo in seguito al rapporto osmotico stabilito con le famiglie e il contesto esterno.

Dopo questa estrema sintesi, che ha proposto anche una carrellata sull’impatto che offre l’alternanza di materiali acquistati a proposte costruite artigianalmente dagli adulti per i bambini, ho invitato a riflette su quali sono i momenti critici della vita al nido: ingresso, pranzo, sonno, uscita ed ho suggerito una pista di riflessione per trasmetterle strumenti importanti per cogliere in che misura il sapere presente in letteratura è stato tradotto in prassi in un servizio. Questo passaggio è stato necessario per introdurla al tema della routine (sovente erroneamente confusa e fatta coincidere con i momenti struttuali e delicati del cambio, pranzo e sonno).

Ho chiesto a Cristina di ripescare nelle proprie esperienze personali e ricordare le situazioni di agio e disagio esperite quando non le è stato anticipato cosa le veniva fatto o fatto fare in seguito (in ospedale, a convocazioni istituzionali mal impostate, a tavola,…) e l’ho invitata a visualizzare l’importanza di essere “preavvisata” di ciò che sta per esserle fatto o proposto. Non sono mancati i riferimenti a E. Pikler ed E. Goldschmid sull’importanza di pensare come “persone”  coloro di cui ci si pende cura.

Con questa premessa le ho poi riproposto il tema della routine come una cornice in cui l’adulto, eccezionalmente, può assumere un ruolo più attivo, e non di mera regia, attraverso il quale preannuncia al bambino che sta spostandosi da un contesto in cui gioca ad un altro contesto in cui potrà pranzare, o dormire, etc.

Ho ribadito la centralità che assume la capacità dell’adulto di farsi carico della stanchezza, della fame, del bisogno di essere pulito che il bambino prova e che assume connotazioni ben più deflagranti del mero disagio che può causare la stessa situazione in un adulto.  Per questo la routine offre all’educatore l’opportunità di appartarsi con il suo piccolo gruppo di riferimento per offrire a ciascuno attenzioni personalizzate -pur nel piccolo gruppo- attraverso piccoli gesti rituali pensati seconda una delicata alternanza di prevedibilità e sorpresa.

Dopo questa premessa le ho offerto “la mia sorpresa pensata per lei”, esplicitando che non l’avrei trattata come una bambina ma come un’adulta, alla quale chiedevo di gustare il piacere di aprire 9 scatoline contenenti oggetti che pensavo le sarebbero piaciuti: Nella mia scelta di oggetti mi sono lasciata guidare dala sua sensibilità artistica e dalla voglia di farle trovare oggetti che avessero per lei una risonanza affettiva (così come l’educatrice può fare con il suo gruppo di bambini durante la routine che precede il pranzo o il sonno).

Dall’esperienza della mattina abbiamo tratto spunti per introdurre, accompagnare e concludere esperienze laboratoriali e formative che andremo a breve a proporre ad educatori, insegnanri, genitori e nonni.