Ponti umani e cerniere culturali

Ute Strub è arrivata a Roma martedì mattina, poche ore prima di me ( per sapere chi è Ute Strub e cosa facciamo a Roma leggi qui).
Abbiamo passeggiato tanti in questi giorni per Roma  chiacchierando di tutto un po’. Lei alza continuamente la testa per ammirare gli alberi e si china a toccare e odorare le piante nei vasi, nelle aiuole, mi chiede ininterrottamente informazioni sulle fioriture e io rimpiango di non aver ancora prestato sufficiente attenzione allo splendido albo, edito da Rizzoli, Raccontare gli Alberi.
Devo assolutamente regalargliene una copia in ricordo di questo soggiorno!
Seguendo le tracce del viaggio di Goethe in Italia ci chiede di essere accompagnata  nelle tappe che cadenzarono il viaggio del poeta, ma giunta alla tomba di Cecilia Metella sulla via Appia ci dice candidamente “venendo qua ho visto un vivaio, preferirei andare là, alle cose morte preferisco quelle vive”.

Sono consapevole di avere un’occasione preziosa per imparare moltissimo da una persona di grande valore: da contenuti teorici ad esperienze raccolti in una lunghissima attività che l’ha vista lavorare al fianco di Emmi Pikler.
Mi chiedo quale sia il modo migliore per non appesantire le lunghe giornate che condivideremo e allo stesso tempo cosa posso offrirle in cambio della sua testimonianza. Capisco subito che ama donare ma anche ricevere, che è curiosa, aperta al confronto sebbene abbia molto chiaro in quale direzione intende muoversi. Confrontandoci sui rispettivi “maestri”, ideali o in carne ed ossa,  apprendo che non conosce il lavoro di Elinor Goldschmied, di Bruno Munari e di Jella Lepman. Ecco come posso ricambiare!
Iniziamo con una visita alla mostra organizzata da Ibby presso Il Palazzo delle Esposizioni (ne ho scritto qui ) per presentarle come i libri possono costruire ponti di pace, fratellanza e mondialità.
Ne rimane incantata. All’uscita mi chiede di poterci fermare un po’ su i gradini a fare frottage (mi serve su un piatto d’argento la possibilità di introdurla a Munari).

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Così, tra passioni, arte, natura e civiltà antiche e contemporanee, ci addentriamo in quello che sarà il filo conduttore di queste giornate romane: come  dare spazio alla gioia, al piacere, alla bellezza nel lavoro di cura? Come gestire la relazione nel rispetto dell’altro, indipendentemente dall’età di ciascuno?

Cinque giorni per costruire ponti umani e cucire cerniere tra vari saperi. Questa è la sfida: accendere e riaccendere sguardi capaci di vedere bambini e adulti in azioni, per contrastare sempre il pericolo di cadere in ideologia, dogmi e “metodi”.
Nei giorni a venire proseguirà il racconto di queste giornate. Il lavoro di cura è un patchwork che richiede impegno, selezione, cura, ricerca di affinità e abbinamento dei contrasti. Farlo in rete è un valore aggiunto che contrasta solitudine e isolamento.