Michele Rocchetti: pensieri fluttuanti

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i giochi di Gargantua

Michele Rocchetti nasce a Senigallia nel 1986. Dopo aver conseguito il diploma in Grafica Multimediale presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, frequenta il master Ars in Fabula in illustrazione per l’editoria. Dal 2011 lavora come grafico ed illustratore freelance nel campo dell’editoria per ragazzi e dell’advertising. Così si presenta sul suo sito.

Ho incontrato il suo lavoro attraverso Il soldatino del pim pum pà, testo di Mario Lodi, edito da Orecchio Acerbo

poi, attraverso il suo sito, mi sono accorta che mi era sfuggito il precedente lavoro: Effetti di un sogno interrotto, in cui il cubismo la fa da padrone.

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Poichè in questo periodo mi piace più raccogliere che cercare, ascoltare più che domandare, ho invitato Michele, come in precedenza avevo fatto con Jalla Carioli, a condividere i suoi pensieri, in libertà. Ecco cosa ne è uscito:

Il cattivo umore è il pesticida dell’ispirazione e la cassa da morto dell’entusiasmo, un lavoro creativo senza entusiasmo è una fetta di crostata senza marmellata.
Può il cattivo umore condizionare la qualità di un’illustrazione nella stessa misura in cui condizionerebbe la messa in piega di una signora che va di fretta?
Oggi voglio far finta di avere una pagina di pixel da usare come quaderno degli schizzi, per scarabocchiare tutti i pensieri e le considerazioni che forse il buon gusto consiglierebbe tacere.

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quando la superbia galoppa la vergogna siede in groppa

Voglio scribacchiare del cattivo umore, della lotta con se stessi della difficoltà di far diventare una passione lavoro e poi il lavoro passione. Spesso si immagina l’illustratore o l’illustratrice, con sottofondo di Accordéon diatonique, vestito dei colori delle terre e di un particolare che lo rende estroso e un po’ romantico, c’è poi chi preferisce il dinamico del web 2.0, con la t-shirt “concettuale”, il laptop sotto braccio e come sottofondo il ronzio di Starbucks; ma aldilà dello stereotipo più o meno colorito, quanti di noi immaginano l’illustratore imprigionato nello spazio vuoto che c’è tra lui e il foglio bianco che gli sta di fronte?

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Effetti di un sogno interrotto

Sono due i momenti che ricordo meglio di un lavoro e sono l’inizio e la fine: nell’inizio mi vedo fluttuare nel sopracitato spazio vuoto, con il corpo impalpabile e la mente di betoniera, nella conclusione invece, mi sento eccitato bisognoso di fumare due sigarette affacciandomi finalmente alla finestra, la prima per premiarmi della fatica, la seconda per festeggiare, e se prima il corpo era impalpabile e la mente greve, ora la mia massa è una sedia a dondolo e la mente vola con le nuvole dell’orizzonte. Mi sono allora chiesto: cosa ci sia in questo spazio vuoto… devono esserci delle particelle di una considerevole densità per impedirmi di arrivare al foglio bianco!
Ebbene, mi riferisco alla mia breve esperienza, la mia ipotesi è che ci sia un’orgia di insicurezza, pigrizia, paura delle aspettative altrui e necessità di libertà, c’è una sirena che da lontano grida libertà come un suggerimento dall’ultimo banco, ma libertà da cosa? Continuo ad ipotizzare, è la libertà del piacere che non vuole sposarsi il dovere e del dovere che non vuol sposare il piacere e in questo caos, cerco un’argomentazione che li possa convincere a provare almeno una convivenza.

idem

idem

Siamo agli ultimi round della lotta, la spossatezza delle due parti porta un momento di pausa, il silenzio nel continuo fischiar delle orecchie che come un’oasi nel deserto porta distensione. La magia avviene proprio adesso, attenzione! Esce tra le onde un pensiero giocoso, un colore, un’immagine, la chiave d’oro trovata per caso nel parco, quale cassetto aprirà? La curiosità che desta è talmente travolgente che l’eccitante ricerca diventa una missione e siamo al gran pienone, non ci sono più tavoli vuoti per la pigrizia o le aspettative degli altri, e così parto in discesa, “a folle” e per scrupolo fumo una sigaretta, ho tutto lo slancio necessario per poter arrivare a fine corsa alla giusta velocità considerate le frenate che dovrò fare.

Heart of Darkness

Penso che per realizzare un buon lavoro devo pescare nel sacco di ciò che mi piace, il motivo? Banale, nulla potrebbe venirmi meglio di un qualcosa che mi piace; e a fronte degli intellettualismi con cui potrei giustificare le mie scelte artistiche, voglio spezzare una lancia in favore del “mi piace”, così accademicamente bastonato e relegato allo sgabuzzino, la cui porta ammonisce “vietato l’ingresso agli ospiti”.

Grazie Michele.