Un popolo disse NO!

Tutte le storie cominciano con “C’era una volta”…
Dopo ogni “C’era una volta” ne viene un altro …
  E per fare in modo che i “C’era una volta” non ci trascinino sempre più in basso nel buco senza fondo, sarà meglio che d’ora in poi ci chiediamo sempre “Alt! Quando è successo?
Se poi ci chiediamo anche “Ma come sono andate di preciso le cose?” ecco che vorremo conoscere la storia.
(Ernest H. Gombrich, Breve storia del mondo, Salani, 1997, pp. 15-18)

copertina

J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Nella storia incontriamo testimonianze preziose per l’educazione sentimentale e civica, imprescindibili per una crescita umana completa. Solo valorizzando un’attitudine alla riflessione etica e rafforzando la capacità di comportarsi coerentemente con i propri convincimenti, si creano i presupposti necessari per una convivenza civica, rispettosa e libera.
Smettere di interrogarsi sugli accadimenti passati, sulle cause che li hanno prodotti e sulle oggettive conseguenze, decontestualizza il presente, lo rende inintelleggibile: ecco quindi la necessità di apprendere, fin da bambini, come porre con precisione le domande suggerite da Gombrich ai suoi giovani lettori nel Breve storia del mondo: 

“Quando è successo?
Ma come sono andate di preciso le cose?”

Il 27 gennaio è la giornata della Memoria. Da parte mia pubblicherò, durante l’intero mese, riflessioni sul senso e sul significato di questa giornata. Riflessioni che sarò ben felice di condividere con quanti dovessero essere interessati a discuterne in scuole, biblioteche, associazioni, anche tenendo laboratori, letture, dibattiti (nel caso, scrivere a info@edufrog.it).

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

prima riflessione:

resistenza passiva, lezione attiva

Esce oggi in libreria per Giuntina La città che sussurrò  scritto da J. Elvgren, illustrato da F. Santomauro, in cui si dipana tra le pagine come il popolo danese, unito, salvò gli ebrei dalle persecuzioni naziste.
Questo splendido albo consente ai bambini di accostarsi a domande “vitali” quanto “banali”e al contempo evidenzia come i profughi siano persone strappate alla normalità da un pericolo, che non cessano di provare bisogni e desideri da un giorno all’altro, che non diventano persone di serie B con minori esigenze e sensibilità, anzi: accresce il bisogno di “atti di cura personalizzati nelle piccolissime cose di tutti i giorni” per preservare autostima e percezione di sé. Trovo quindi straordinario che gli autori abbiano scelto di raccontare come, per rispondere alle necessità dei profughi, sia necessario garantire loro un nascondiglio, cure affettuose, cibo per il corpo (pane, uova, …) e per lo spirito (libri!!).

La città che sussurrò è un libro importante perchè porta la riflessione dei giovani lettori verso buone domande, educa il pensiero, favorisce l’empatia attraverso la possibilità di immedesimarsi con i personaggi, è una vera e propria palestra di educazione sentimentale e civica, un’opportunità per contrastare una retorica formale che si esaurisce in un’unica giornata all’anno dedicata alla memoria.
La casa editrice compie un’operazione straordinaria, quindi, il cui senso si colloca in una lettura puntuale di come la Danimarca reagì all’occupazione tedesca. Comunemente le posizioni si polarizzano su estremi opposti: alcuni giudicano la Danimarca un esempio di resistenza passiva, altri valutano il comportamento tenuto dai danesi vergognoso.

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Hannah Arendt ne La banalità del male  scrive

La storia degli ebrei danesi è sui generis e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa (…). Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori. (….) Come la Danimarca, anche la Svezia, l’Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi immuni dall’antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovano sotto il tallone tedesco soltanto la danese osò esprimere apertamente ciò che pensava.(…)

Quando i tedeschi, con una certa cautela, … invitarono (i danesi) a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le lori immediate dimissioni. (…) Così i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio e le operazioni furono rinviate all’autunno del 1943.
Quello che accadde fu davvero stupefacente (…)

La Arendt continua spiegando che Danimarca e Svezia misero in atto una serie di misure per contrastare il potere dei tedeschi, in termini di movimento ed  operatività;  l’operazione segreta per catturare tutti gli ebrei nella notte stabilita determinò unicamente la cattura di quei 477 ebrei che aprirono volontariamente la porta ai nazisti.
Le oltre 7300 (?) persone ebree che si avvalsero degli aiuti danesi e svedesi riuscirono a porsi in salvo perchè

Tutto il popolo danese, dal re al più umile cittadino era pronto a ospitarli (…)
Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le cinque-quindici miglia di mare che separavano la Danimarca dalla Svezia. Gli svedesi accolsero 5919 profughi, di cui almeno 1000 erano di origine tedesca, 1310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati a ebrei (quasi la metà degli ebrei tedeschi rimase in Danimarca e si salvò tenendosi nascosta) 

Eric J. Hobsbawm nella sua analisi de Il secolo breve 1914-1991 non ha dedicato molto spazio a queste pagine di storia, ha teso più a evidenziare la “facilità ridicola” con cui la Danimarca -insieme Norvegia, Olanda, Belgio, Francia- fu invasa, evidenziando come solo la Gran Bretagna fosse rimasta a combattere contro la Germania.

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Bo Lidegaard, ne Il popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei ricostruisce in 424 pagine come il re danese, il parlamento, la popolazione (tra cui la componente ebrea) reagirono all’occupazione nazista, ponendo all’attenzione del lettore un puzzle di accadimenti coevi e contrastando il rischio di idealizzare gli episodi- o di relegarli a una valutazione affrettata.

La città che sussurrò propone ai bambini la  narrazione di alcuni degli accadimenti che Lidegaard ricostruisce nel suo scrupoloso lavoro, in cui -tra l’altro- ricompone la fuga di due famiglie apparentate, attraverso l’intreccio dei diari personali scritti dai diversi componenti durante la fuga verso la Svezia.
Entrambi i libri (quello edito da Giuntina e quello in casa Garzanti)  pongono in luce che la messa in salvezza di così tante persone è stato il frutto di una ferma volontà, condivisa da un intero popolo, di agire secondo la propria percezione di giustizia.

Insieme a pochi altri resoconti coevi di cui siamo a conoscenza, (…) i diari (attraverso i quali sono ricostruiti gli avvenimenti presentati) schiudono una porta nella mentalità dei profughi e dei loro persecutori -come pure di quanti, fra i danesi, offrirono il loro aiuto. Sebbene questi racconti siano unici, le esperienze di cui narrano sono simili. E’ una storia in cui si riconoscono migliaia di persone, oggi come allora. Una storia che parla di dubbi e di disperazione, ma anche di determinazione a sopravvivere.

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Bo Lidegaard, Il popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei, Collezione Storica Garzanti, 2014

La storia della fuga degli ebrei danesi (…) impartisce una lezione sull’autodifesa, la ribellione e il sostegno da una parte di connazionali che si rivoltarono, indignati e colmi di rabbia, contro la deportazione. In questo senso, è anche la storia di una società che seppe tutelare la propria visione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, anche mentre era costretta a inchinarsi davanti alla forza dell’occupante tedesco. (Lidegaard, pp. 14-15)

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Della ricostruzione di Bo Lideggard apprezzo il fatto che sia rifuggito dalla possibilità di idealizzare il popolo danese (che si è mostrato molto meno interessato ai diritti dei comunisti, ad esempio, e che ha ripristinato dopo la guerra le stesse limitazioni all’accoglienza di stranieri che aveva in vigore prima dell’occupazione tedesca); la tesi che lui propone è: la politica fa la differenza!

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

(la) circostanza che fa della Danimarca un caso unico nel suo genere (…) poiché seppe andare oltre il rifiuto di misure dirette contro gli ebrei, negando l’esistenza stessa di una questione ebraica. E affermando semplicemente l’ovvio: che, prima ancora che  di stirpe ebraica, gli individui in questione erano cittadini danesi o comunque protetti dal diritto danese, che non distingueva tra i cittadini di diverse confessioni. E, non sussistendo questione alcuna, non esistevano nemmeno provvedimenti per affrontarla. (Lidegaard, pag. 10)

Al di là di ogni retorica, credo che oggi sia urgente interrogarsi sul senso delle proprie azioni individuali e collettive, poiché la gran parte di noi contemporanei oscilla tra due polarità: miopia-egoismo vs una sopravvalutazione delle responsabilità individuali; è tutta da costruire la dimensione intermedia, comunitaria, sostenibile, fondata sul diritto e sulla responsabilità che ne deriva, umanamente com-prensibile.

Le testimonianze sono necessarie e indispensabili per un’educazione sentimentale e civica di cui deve farsi carico la collettività, anche attraverso le istituzioni scolastiche ed universitarie. Non è tollerabile che la popolazione non conosca la costituzione, così come non è ammissibile che la scuola ometta – come spesso accade- di insegnare educazione civica.

La città che sussurrò è un libro importante perché racconta, a misura di bambini, ciò che gli storici hanno ricostruito attraverso le diverse testimonianze:

Il punto essenziale è che i rifugiati poterono contare sui loro connazionali e coinvolgere automaticamente amici, colleghi e vicini di casa nel loro tentativo di trovare una via di fuga. (…) Naturalmente alcune porte rimasero sbarrate. E, naturalmente, codardia, tradimento e avidità emersero in determinate situazioni. Ma la democrazia danese si era mobilitata per proteggere i valori su cui si fondava. Con la sua decisione di estendere la soluzione finale alla Danimarca, il Terzo Reich aveva risvegliato la forza più potente di un paese: la comune volontà popolare. (Lidegaard,p. 143)
(…) la maggior parte degli innumerevoli danesi che nei giorni  cruciali del settembre e dell’ottobre 1943 aiutarono i concittadini a fuggire non vedeva quei fuggitivi come ebrei. Erano visti come concittadini in difficoltà, come famiglie colpite da ingiustizia e sfortuna, come anziani, donne e bambini che stavano vivendo quello che nessuno dovrebbe vivere, come vicini di casa, colleghi e parenti e connazionali che per colpa non loro erano stati improvvisamente colpiti da un crimine scatenato da una potenza occupante. Pertanto, i danesi percepirono come un dovere umano e patriottico assumersi la responsabilità personale di aiutarne l’esodo, senza preoccuparsi delle conseguenze personali. E considerato il numero di quanti prestarono aiuto e di quanti invece si ritirarono indietro, non è possibile negare questo forte legame tra istinto compassionevole e dovere patriottico. I grandi artefici del salvataggio furono i leader politici che, nell’arco di un decennio in cui sarebbe stato facile e popolare parlare di un “loro” e di un “noi”, ebbero il coraggio di  attenersi ai fondamenti della democrazia: al fatto ciò che tutti i cittadini sono soggetti alle stesse leggi e in diritto di pretendere la stessa giustizia. (p. 409)

Per chi desidera approfondire:
– Bo Lidegaard, Il popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei, Collezione Storica Garzanti, 2014
– Hanna Arendt, La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2013
– Enrico Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, 2013
– Giorgio Galli (a cura di), Il “Mein Kampf”Le radici della barbarie nazista, Kaos ed., 2013
– Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991, Bur, 2014
– Ernest H. Gombrich, Breve storia del mondo, Salani, 1997