promuovere cittadinanza attiva e consapevole, risignificare la memoria

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La memoria siamo noi. MemoBus

Oggi ho il piacere di ospitare un contributo scritto a 4 mani da Alessandro Cattunar e Paola Tarantelli dell’Associazione 47|04. E’ un pezzo piuttosto lungo, che però ho deciso di lasciare pressocchè integro perché racconta di partecipazione, cultura, educazione, propositività, di impegnato per leggere il presente attraverso il passato, parla anche di come si semina per il futuro (magari lo potete leggere a puntate).
Questa testimonianza è un prezioso esempio di come si possa esplorare le zone grigie per contrastare facili semplificazioni e riconoscere la complessità. 

Lascio la parola ad Alessandro e Paola, che hanno gentilmente risposto alle mie domande, domande che accompagnano la terza riflessione (qui la prima, qui la seconda) sulle buone pratiche per risignificare la memoria.

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I media tra linguaggi e tecnica

Chi siete? Da dove siete partiti?

Quarantasettezeroquattro è un’associazione culturale che nasce a Gorizia nel 2009 con l’obiettivo di proporre progetti finalizzati alla promozione di nuove modalità di divulgazione della storia, con particolare attenzione all’area di confine tra Italia e Slovenia.
Il nome che ci siamo dati deriva da due date importanti: la prima è il 1947, anno in cui, dopo la Seconda guerra mondiale, viene tracciato il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia che andrà a dividere la città di Gorizia e le comunità che la abitavano. La seconda è il 2004, data di “caduta” simbolica di questo confine a seguito dell’ingresso della Slovenia nell’Unione europea. Si tratta della fine di un ciclo, non solo per la storia d’Europa, ma anche per le memorie delle persone che hanno vissuto il “Novecento di confine”.
E proprio le memorie dei testimoni sono state al centro dei primi progetti dell’associazione, finalizzati alla creazione dell’Archivio della memoria dell’area di confineIl nostro obiettivo non è raggiungere una fantomatica “memoria condivisa”, ma accogliere e comprendere le tante diverse memorie trasmesse dalle comunità che hanno vissuto lungo il confine.

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Alessandro Cattunar, IL CONFINE DELLE MEMORIE Storie di vita e narrazioni pubbliche tra Italia e Jugoslavia (1922-1955), Le Monnier-Mondadori education, 2014.

Obiettivi e finalità a cinque anni dalla fondazione. La vostra filosofia in pillole…

Gli interessi e le attività dell’associazione si sono ampliate; le nostre proposte si articolano in tre filoni: ricerca, didattica e divulgazione.
L’intento di avvicinare le nuove generazioni ai temi della storia ci ha portato a riflettere soprattutto sulla questione del linguaggio: come comunicare la storia oggi? Come far capire il legame che lega il passato alla società presente e alle vicende famigliari di ognuno?”
Le possibilità offerte dalle nuove tecnologie sia nell’ambito della ricerca che della divulgazione sono immense. In questa direzione, oltre a proporre all’interno dei nostri laboratori attività di ricerca che promuovano un uso consapevole del web e del video, abbiamo iniziato a lavorare nella produzione di mostre e musei multimediali e interattivi. Contemporaneamente abbiamo studiato e approfondito le potenzialità offerte da altri linguaggi e altri medium: dalle fotografie ai fumetti, dagli albi illustrati al teatro.
Proponiamo un approccio effettivamente “media-educativo” in cui si intende educare “attraverso i media”, ma anche educare “ai media”, al loro utilizzo, alla loro analisi critica.
Seguiamo questo approccio con tutti i temi al centro dei nostri progetti, primo fra tutti la storia del primo Novecento in un’area geografica come quella del confine orientale d’Italia caratterizzata da una notevole complessità (basti pensare all’avvicendamento amministrativo che si è avuto in meno di cinquant’anni: impero asburgico, governo fascista italiano, governo tedesco con l’istituzione della Zona D’Operazioni Litorale Adriatico, governo jugoslavo, governo militare alleato e governo repubblicano italiano) e, d’altra parte, da una grande ricchezza di storie e di punti di vista differenti frutto della convivenza (non sempre pacifica) tra diverse comunità come quella italiana, slovena, tedesca ed ebraica. Altro tema che ci vede impegnati attivamente è quello dei totalitarismi, delle resistenze e della Shoah. Si tratta di vicende che, di nuovo, trovano in quest’area della Penisola un punto focale e una declinazione particolare rispetto al resto della penisola (si pensi all’ascesa del “fascismo di confine”, alla persecuzione fascista degli sloveni, e alla centralità che l’area ebbe nella persecuzione nazi-fascista degli ebrei, ben incarnata nella Risiera di San Sabba). Negli ultimi anni abbiamo iniziato a confrontarci anche con il tema della Prima guerra mondiale. In questo senso il centenario del conflitto ha rappresentato senz’altro un volano per proporre progetti innovativi sia nel campo della ricerca che della didattica, grazie anche agli importanti contributi ricevuti dalla Regione Friuli Venezia Giulia.

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Trieste 1914: luoghi, eventi, personaggi. Dizionario – Atlante multimediale

Nella vostra esperienza, i ragazzi delle scuole con cui collaborate, scelgono attivamente di fare un percorso sulla memoria, oppure arrivano a lavorare con voi per decisione degli insegnanti? Cosa accade durante il percorso che condividete?

I percorsi educativi relativi alla storia e alla memoria dell’area di confine generalmente vengono concordati con gli insegnanti. In questo caso, infatti, i temi trattati sono estremamente vari e complessi (fascismo, guerra nel Litorale adriatico, foibe ecc.) e sono per lo più sconosciuti ai ragazzi. È quindi necessario concordare il programma con i referenti per adattarlo alle esigenze didattiche, alle conoscenze pregresse e al contesto locale . Per quanto riguarda il progetto Memobus il discorso è un po’diverso. La Shoah – anche grazie all’istituzionalizzazione della Giornata della memoria e alla sempre maggiore eco che ha sui media tradizionali e non – è ormai entrata a far parte dell’immaginario di quasi tutti gli studenti. Inoltre i progetti che prevedono un “viaggio della memoria” sui luoghi dello sterminio si sono moltiplicati diventando una sorta di “esperienza comune” per gli studenti delle ultime classi delle scuole superiori. Conoscendo, a grandi linee, il tema trattato e avendo già ascoltato i racconti degli studenti degli anni precedenti i partecipanti al progetto Memobus in genere si iscrivono volontariamente. Ciò non toglie che le motivazioni che stanno alla base di questa scelta siano piuttosto differenti. Di fronte a nuclei, in genere ristretti, di ragazzi e ragazze fortemente motivati, appassionati alla storia o semplicemente sensibili alla delicatezza e all’importanza del tema trattato, ce ne sono altri che affrontano questa esperienza educativa con uno spirito diverso: ad attrarli è l’esperienza in sé, la scoperta di una cosa lontana – nel tempo e nello spazio – che appare circondata da un aura di mistero e sacralità. Inoltre, sono attratti dai racconti di chi li ha preceduti. Si tratta di un atteggiamento assolutamente comprensibile. La sfida per noi docenti ed educatori è quella di trovare il modo per intercettare queste diverse spinte iniziali e convogliarle verso i nostri obiettivi: non solo fargli fare un’esperienza emozionante ma coinvolgerli in un percorso di ricerca, scoperta e comprensione approfondita di un fenomeno estremamente complesso e doloroso, carico di implicazioni per la società in cui viviamo e per i rapporti con le generazioni che ci hanno preceduto. Il nostro compito è fornire possibilità di approfondimento a coloro che sono motivati e preparati, e al contempo coinvolgere attivamente tutti in un percorso di riflessione attiva, che parta dalle domande giuste per iniziare a proporre risposte che saranno per forza di cose parziali ma che potranno germogliare negli anni a venire.
Infine bisogna fare una breve riflessione sull’atteggiamento degli insegnanti: a fronte di una maggioranza di docenti estremamente sensibili, disponibili al confronto e all’approfondimento, che fanno tesoro di quest’esperienza per metterla a frutto nel percorso didattico curriculare, ci imbattiamo anche in alcuni casi di professori che “subiscono” il progetto, senza diventarne realmente partecipi e vivendolo come una “gita” simile a tanti altri viaggi d’istruzione.

Sapreste fare un elenco di cattive e buone prassi per significare il giorno della memoria?

Certamente, tra le cattive prassi, indichiamo la mancata preparazione dei ragazzi all’appuntamento con la Giornata della memoria: spesso gli studenti arrivano alla data fatidica del 27 gennaio con le idee un po’ confuse . In questi casi, tra le soluzioni più frequentemente adottate per garantire l’adesione della propria classe o scuola al “rito collettivo” di commemorazione c’è la proiezione di un film (possibilmente ad alto tasso di retorica e/o emozione) oppure l’incontro con un sopravvissuto. Quest’ultima soluzione – un’occasione preziosissima, considerando che siamo oramai alla fine dell’era del testimone – rischia di trasformarsi in un incontro sprecato se i ragazzi non sono messi in grado di fruire attivamente di una narrazione e di una memoria così complesse. Un’ultima prassi negativa che sappiamo essere ancora diffusa, è la lettura di estratti dai celeberrimi Se questo è un uomo di Primo Levi e dal Diario di Anne Frank: un’attività a costo zero per gli insegnanti poco creativi e, a sua volta, ad impatto zero sugli studenti obbligati a stare in composto silenzio per ascoltare una selezione di brani che, presi isolatamente, vanificano la ricchezza dei testi, due vere miniere di riflessioni per comprendere le sfumature dell’animo umano, la varietà di atteggiamenti di fronte al pericolo, al dolore, all’incomprensibilità di situazioni senza precedenti, alla tentazione della delazione, all’opportunità di fare – nel proprio piccolo – tutto il possibile per aiutare amici o sconosciuti.
Tra le buone pratiche, di conseguenza, segnaliamo tutti quei percorsi programmati per tempo da insegnanti motivati e appassionati. Progetti che abbiano un medio-lungo termine e che, dunque, possano, attraverso varie modalità, sondare la complessità e l’unicità della Shoah. La buona prassi per eccellenza, a nostro giudizio, è rappresentata da qualunque azione/intervento che stimoli nei ragazzi le domande giuste, che sappia guidare gli studenti nel faticoso percorso dell’indagine sulle cause, sui responsabili, sulla zona grigia, sulla potenza della propaganda e non si limiti ad uno sguardo morboso e pietistico sulle vittime. È potenzialmente più interessante ascoltare le ragioni dei carnefici per cercare di capire (non di giustificare!) le motivazioni che li hanno spinti a svolgere un ruolo attivo nel meccanismo dello sterminio. Ancora più necessario, però, è osservare la zona grigia – secondo l’efficace definizione di Primo Levi – nel cui limbo si ritrovarono in molti. È un’operazione che, se condotta bene – dunque senza colpevolizzare superficialmente, ma problematizzando le singole vicende – permette di individuare, nel quotidiano, atteggiamenti e comportamenti che riflettono, sebbene con declinazioni diverse, dinamiche già verificatesi nel passato. Ciò che cerchiamo di fare durane i nostri interventi nelle scuole è spiegare come Mussolini o Hitler non siano dei “mostri” spuntati all’improvviso in Italia o in Germania, ma siano stati ascoltati, sostenuti e votati per il loro programma elettorale da migliaia di cittadini perbene.

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Il principale progetto in cantiere adesso?

Proprio questi sono giorni frenetici perché abbiamo appena pubblicato i bandi rivolti ad artisti e professionisti che vogliano partecipare a In\visible cities – Festival internazionale della multimedialità urbana. Il festival intende portare alla luce e riflettere sulle dinamiche che legano luoghi e persone attraverso i linguaggi della multimedialità e dell’interattività. Se da un lato proporremo performance, spettacoli e installazioni in grado di agire direttamente sugli spazi fisici, rendendoli elementi attivi, significativi, capaci di raccontare storie e comunicare emozioni, dall’altro daremo visibilità a tutti i modi in cui le nuove tecnologie possono esplorare ciò che della città non appare visibile ad occhio nudo: la sua storia, le molteplici vicende delle diverse comunità, i rapporti sociali ed economici, ma anche l’opportunità di immaginare e progettare il futuro.
Si tratta di un Festival unico nel suo genere, non solo per il tema affrontato (è la prima volta che si parla di multimedialità urbana) ma anche perché è effettivamente un festival europeo. E’ infatti finanziato dall’Unione Europea (oltre che dalla regione FVG) ma, cosa ancora più importante, è co-organizzato da 13 partner provenienti da Italia, Inghilterra, Olanda, Slovenia e Croazia. La dimensione internazionale è amplificata dal fatto che le migliori opere presentate a Gorizia saranno poi riproposte nei paesi partner, dando agli artisti la possibilità di promuoversi all’estero e creare importanti network professionali.

Ad oggi cosa avete realizzato?

Il rapporto tra storia e memoria nell’area di confine lo affrontiamo, da anni, con attività didattiche (percorsi di cinema e storia orale) e con la ricerca e la divulgazione (convegni, workshop, pubblicazioni etc.). Lo stimolo derivato dalle nuove tecnologie ci ha consentito, però, di affrontare queste tematiche anche in maniera più innovativa: lo abbiamo fatto nel 2012 in occasione della mostra multimediale Le vite degli altri. Voci e sguardi tra luoghi della memoria e memorie dei luoghi e, soprattutto, con la realizzazione (nel 2013) di Topografie della memoria – Museo diffuso dell’area di confine , il primo museo italiano a cielo aperto dedicato alla storia di confine. Da un paio di anni, quindi, facciamo laboratori di storia a cielo aperto sfruttando i dieci totem che abbiamo installato a Gorizia e Nova Gorica proponendo un itinerario articolato non solo sui diversi luoghi di interesse storico delle due città isontine ma, soprattutto, sui diversi punti di vista delle comunità che vissero i drammatici eventi del confine orientale tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso. I laboratori di storia a cielo aperto rappresentano una fetta consistente delle nostre attività: riceviamo richieste di percorsi sull’area di confine dalle scuole di tutta Italia interessate a cogliere le peculiarità di queste zone.
Per quanto riguarda il tema dei totalitarismi, delle resistenze e della Shoah: realizziamo per le scuole medie e superiori il Memobus. Viaggiare per comprendere, malgrado tutto, in cui la visita a Cracovia e ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau è proposta come momento centrale di un’esperienza formativa più ampia e articolata che intende focalizzarsi sugli eventi, sui luoghi e sulle persone. Un’esperienza che si compone di lezioni interattive, incontri con i testimoni e laboratori per concludersi con un confronto diretto con i luoghi della memoria: i campi, ma anche il ghetto di Cracovia, il quartiere ebraico e il museo Schindler.
In occasione del Centenario della Grande guerra, Quarantasettezeroquattro ha collaborato al progetto europeo Pot Miru-Via di pace , coordinato dalla Provincia di Gorizia, finalizzato a creare un unico itinerario culturale transfrontaliero che colleghi i sentieri esistenti e valorizzi i lasciti storici, le tracce e l’eredità culturale delle diverse regioni interessate ed al contempo le ricchezze naturalistiche del territorio di confine italo-sloveno. Sul piano della didattica abbiamo cercato ancora una volta di promuovere lo scambio di immaginari e punti di vista organizzando un percorso educativo e uno scambio scolastico che coinvolge studenti italiani, sloveni, ungheresi e romeni: si tratta di La guerra degli altri e intende mettere a confronto i diversi modi in cui il conflitto è stato raccontato di generazione in generazione nei vari Paesi.
Infine, sempre nell’ambito della didattica, siamo molto orgogliosi di collaborare con la rete di scuole dell’Alto Friuli Lo Sbilf: grazie al contributo della regione FVG possiamo portare in più di dieci scuole i nostri progetti di educazione alla cittadinanza attiva e di promozione della storia e della memoria del territorio .