La centralità del bambino, a Brescia

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Jan Ormerod, Sunshine, Puffin Books, 1981

Domenica 1 marzo, a Brescia, terrò il workshop La centralità del bambino; il programma è molto ricco e può legittimamente suscitare interrogativi per l’ampiezza dei contenuti. Eccomi quindi a chiarire la filosofia sottostante all’impianto della giornata, lo faccio in parte citando Laura Franceschini e Nella Norcia, con parole prese all’intervista che mi rilasciarono due anni fa, che potete leggere qui e qui.

L’intento della giornata non è presentare dei “metodi” e delle “strategie” ma accompagnare una riflessione circa lo sguardo che le figure di M. Montessori, B. Munari, E. Pikler, E.Golschmid, J. Lepman hanno acceso sul bambino e sulla qualità della relazione che l’adulto può offrirgli.

Frequentando il Centro Nascita Montessori, oramai da molti anni, ho avuto modo di comprendere il significato de:

la pratica continua dell’osservazione come metodologia indispensabile per l’esplorazione del mondo infantile, utile anche a superare visioni precostituite, le progressive scoperte delle competenze del neonato (come la capacità di autoregolarsi, di esplorare attivamente, di concentrarsi, di trovare soluzioni originali e autonome, di accendere precocemente relazioni sociali), le considerazioni sull’importanza dell’ambiente, di relazioni rispettose dei tempi e dei ritmi dei bambini, di risposte adeguate ai loro bisogni. (…)
Stare veramente accanto ai bambini, mettersi in posizione di osservazione di tutti i loro modi personali di esprimersi, mettersi in posizione di ascolto dei loro bisogni, compiere interventi misurati calibrati e tempestivi (al tempo giusto) per espandere le loro esplorazioni e competenze: tutto questo richiede l’acquisizione di competenze tecniche specifiche come leggere i bisogni del bambino, offrirgli materiali adatti alla sua esplorazione, coinvolgimento e competenza, quindi conoscere le caratteristiche e le opportunità specifiche che l’attività offre, offrire un contesto in cui riesca a mantenere la sua attenzione e concentrazione, operare interventi esemplificatori e chiarificatori.

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R. L. Stevenson, S. Mulazzani, Nella terra dei sogni, Rizzoli,2012

Nel proporre esperienze e sollecitare riflessioni, il mio lavoro si concentrerà sullo sguardo di ogni partecipante: lavorerò perchè si sforzi di comunicare compiutamente ciò che vede, perché nominando le azioni le si rende oggetto pensabile in chiave educativa.

Centrale sarà l’esperienza vissuta da ciascuno durante la formazione: vivere per com-prendere; cercherò di creare situazioni per accendere sguardi sul significato dell’agio e del disagio, nel dichiarato intento di avvalorare sensazioni, sentimenti, dubbi, perplessità e senso di sicurezza provati dai partecipanti, poiché è sulla base di questi alimenti che si nutre l’autostima del bambino prima, dell’adulto poi.
Vivere ed osservare.

Portare lo sguardo del pensiero sulle cose, facilitare con l’accompagnamento la riflessione: questo è il compito della formazione e in particolare quell’aspetto di essa che noi denominiamo il saper essere e cioè la progressiva costruzione di un sé-educatore che si assume la responsabilità educativa, che non riduce gli eventi a modelli preordinati, che pratica un distanziamento riflessivo (saper prendere le distanze senza distaccarsi), che favorisce la creazione di spazi mentali, si apre all’ascolto, all’empatia, alla sintonizzazione degli stati d’animo propri e degli altri, rallenta le proprie azioni in favore di un atteggiamento riflessivo, sospende il giudizio e va al confronto riflessivo con le colleghe e i genitori, e ha un approccio conoscitivo che tenda a tollerare il non sapere a priori come andrà a finire e attendere che il pensiero nasca dall’osservazione.

Il non intervento, la non interruzione di fronte a ogni ripetizione spontanea di un’azione- dal solo guardare all’agire- ad ogni segnale di concentrazione, di autonomia e di indipendenza nel rispetto dei tempi e dei ritmi di ciascuno per favorire il principio montessoriano “Aiutami a fare da solo”

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Jan Ormerod, Sunshine, Puffin Books, 1981

Il contributo di E. Goldschmid nell’affermare il valore di ogni relazione sarà affrontato in relazione alle esperienza personali, così come sarà condivisa l’esperienza del “cestino dei tesori”.

Il cestino dei tesori e il materiale euristico confermano e danno forza alla fiducia nella capacità del bambino di scegliere e di trovare ciò che gli corrisponde, ai materiali di attività dei bambini, intesi non come stimolo ma come risposta ai bisogni osservati del singolo bambino nella sua fase di crescita; al riconoscimento nel bambino della capacità di una sperimentazione sistematica e logica; al valore dell’educazione indiretta intesa come preparazione accurata, da parte dell’adulto, dell’ambiente e dei materiali d’attività e della sua astensione dall’imporre esercitazioni o da aspettative preordinate a favore di un’attitudine di osservatore partecipe che si offre come punto di riferimento e che può prendersi l’agio di valutare se, come, quando intervenire (la così detta soglia d’intervento montessoriana);alla ricerca di materiali che offrano esplorazioni aperte alla sua sensorialità, alle sue constatazioni, scoperte e misurazioni autonome, in cui l’eventuale non funzionamento o non corrispondenza sono verificati dal bambino e non dall’adulto; al lasciar procedere per prove ed errori.

La lezione di Emmi Pikler invece ci propone un’esperienza positiva che ha saputo effettivamente rispettare nel bambino la libera iniziativa e la libera scelta delle attività, la concentrazione e l’attenzione, i tempi, investendo molto lei pure -come Montessori- sulla formazione dell’adulto all’osservazione.

Maria Montessori ha dedicato parte cospicua dei suoi studi alla comprensione della costruzione della mente infantile, nella” Mente del bambino” parla della “mente assorbente come mente che accoglie tutto. Le “impressioni” entrano attraverso i sensi; l’attività conoscitiva inizialmente è senza intenzionalità e senza consapevolezza. Maria Montessori la definisce “inconscia”.

L’ esperienza sensoriale del bambino, in quest’ottica, è determinante non solo per il graduale strutturarsi dell’ intelligenza come intreccio di attività cognitiva, affettiva ed emozionale ma anche per lo strutturarsi di altre componenti del comportamento umano quali la socialità e la solidarietà.
Questa tesi certamente deriva dalla lunga esperienza educativa di Maria Montessori, che si fonda sull’osservazione, sull’ ipotesi di lavoro derivanti da questa, sulla verifica dell’ ipotesi di lavoro e sull’ideazione e definizione di criteri didattici che si organizzano in metodo educativo. Metodo educativo che agevola l’organizzazione e la determinazione delle funzioni mentali e comportamentali e che accompagnano il bambino dalla non consapevolezza alla coscienza, dalle prime esperienze di acquisizione motoria linguistica e relazionale disorganizzate e frammentate verso la loro strutturazione cosciente.
La recente scoperta dei neuroni specchio evidenzia che la specifica funzione di questi non è l’imitazione ma la comprensione delle finalità delle azioni dell’ altro, cioè delle sue intenzioni e che l’attivazione della comprensione è corporea e non razionale. Alcuni studi elettroencefalografici dei bambini di 4/6 mesi evidenziano un aumento dell’ attività celebrale sia quando il piccolo manipola un oggetto sia quando lo vede manipolare.

Non mi inoltro ulteriormente nell’esplicitazione i moltissimi punti di contatto tra le esperienza di Montessori, Pikler, Goldschmid. In tale quadro culturale si inseriscono, nel mio percorso personale, Jella Lepman, il cui pensiero si può grossolanamente così sintetizzare:

tutti i bambini sono ugualmente innocenti
tutti i bambini hanno pari diritti
buoni libri possono offrire moltissimo ai bambini, anche quelli in gravissime difficoltà, incidendo considerevolmente sulle loro vite

Quando poi ho scoperto Bruno Munari, sono rimasta affascinata dalla capacità di “semplificare” contrastando il ricorso a inutili orpelli, lacci e legacci che imbrigliano la creatività del bambino. Si è speso per insegnare che l’educatore deve rispettare il bambino, poiché egli sa cosa vuole fare. Ha esplicitato l’importanza del processo creativo, evidenziando il significato di lasciare i bambini liberi di esplorare.

Inoltre Bruno Munari si è adoperato, con largo anticipo rispetto ad altri, per denunciare la strumentalizzazione dei bambini come nuovo target. Coraggiosamente scriveva:

nella nostra “civiltà del fatturato” quello che conta per i produttori è guadagnare sempre di più, anche approfittando dell’ignoranza altrui, guadagnare a tutti i costi, sfruttando gli altri. Ma siccome anche noi siamo “gli altri” per qualche organizzazione commerciale che ci vuole sfruttare; ecco che un popolo di furbi diventa un popolo di sfruttati. Un gioco ignobile. Un altro modo di progettare un gioco o un giocattolo è invece quello di considerare di produrre qualcosa che sia utile alla crescita individuale, senza naturalmente dimenticare un giusto profitto per l’impresa. Che cosa può essere utile, ci si può chiedere, alla crescita di un individuo in formazione come il bambino? (da “Cosa nasce cosa”, ed. Laterza)

Egli ha saputo rispettare la natura assorbente della mente del bambino, tanto ben indagata da Maria Montessori, e sperimentare i materiali (interessanti domande intrecciano il suo lavoro a quello della Goldschmid) abbracciando anche insuperate indagini sul rapporto libro- gioco-motricità-sensorialità .

Questi sono i fili che seguiremo durante il workshop del 1 marzo a Brescia.

Chi desidera iscriversi può ancora farlo scrivendo a info@edufrog.it oppure a ingo@emmiscare.org

La giornata è stata resa possibile grazie alla preziosa collaborazione con l’Associazione Emmi’s Care, e dalla presidentessa e amica Alice Gregori, che ringrazio per il suo contributo attivo e intelligente.