rivoluzione culturale e conversazione

Trovo davvero geniale come Dag Solstad,  nello stupendo romanzo Timidezza e dignità (Iperbora, 2010) fa il punto sullo stato della conversazione, oggi sempre più spesso sincopata, abbozzata, malcostruita, embrionale, quando non palesemente abortita dalla smania di brevità, velocità, conformismo, simultaneità, immediatezza, semplicismo, unidirezionalità e, non per ultimo, da un abuso compulsivo e vacuo di strumenti tecnologici che contrastano l’estensione di forma e pensiero.

Lo scrittore affida al professore di letteratura norvegese Elias Rukla, un’analisi della contemporaneità che muove i passi dalla qualità delle relazioni e delle conversazioni “colte” che, in virtù dell’universalità di accesso alla cultura, modificata dalle rivoluzioni sociali e di costume, paradossalmente, diviene “potenzialmente” accessibile universalmente, ma … di fatto, determina lo spostamento dell’asticella verso il basso.
Il personaggio si chiede come sia potuto accadere che le “amate” conversazioni, vissute come piacevoli pratiche di indagine, messe in campo da una generazione che ambiva a cambiare il mondo e discuteva lungamente per capire “se e come” ripensare lo stato delle cose, siano stata polverizzate dalla modernità.

Il dialogo si era bloccato. La gente dello strato sociale di Elias Rukla non parlava più insieme. O solo per poco e superficialmente. Praticamente si facevano spallucce l’un l’altro. Anzi, forse anche l’uno contro l’altro in una sorta di ironica intesa. Perché lo spazio pubblico richiesto da un dialogo è occupato. Vi si svolgono altre attività, come si suol dire. Si diventa “artificiosi” a starne fuori e constatare che lo spazio pubblico è occupato. Con “innaturale” sorpresa si deve constatare che non esiste più. Non esiste più. Non esiste più, (…)

 

Non aveva più niente da dire, e non sembrava nemmeno che ci fossero altri nella sua cerchia, o ceto culturale, che avessero più qualcosa da dire. Sembrava che non interessasse più a nessuno dialogare. Discutere davvero insieme, tendere insieme verso una comprensione, di carattere personale o sociale, non fosse che per la momentanea scintilla di quella comprensione. Da parte sua Elias Rukla doveva ammettere di non esserne più capace, semplicemente non sapeva più parlare. Non sapeva nemmeno più come comportarsi per avviare una di quelle  conversazioni cui aveva così spesso partecipato, e che pure anelava a ristabilire. Le poche volte che era stato sul punto di avviarne una, (…) non ci era riuscito, perché aveva avuto la  sensazione che sarebbe risultato in qualche modo “strano”, sarebbe risultato “inautentico”, anzi “innaturale”, addirittura “pomposo”, ed Elias Ruska era abbastanza sicuro che molti altri avevano la stessa sensazione, tanto che l’aspetto “strano” della cosa aveva fatto sì che la conversazione, nel suo ambiente, si fosse esaurita da sé. Nella sala insegnati della scuola di Fagerborg, ad esempio, si ritrovavano ogni giorno quaranta, cinquanta individui che erano complessivamente detentori delle conoscenze generali del nostro tempo (…). Si presentavano invece come schiavi dei debiti. (…) Era così nella sala insegnati; tutti parlavano della propria vita come schiavi dei debiti presenti o passati, era l’argomento preferito della pausa pranzo; e se Elias Rukla incontrava qualcuno di loro in società, quando le mogli erano in ghingheri e i mariti esibivano il loro moderno abbigliamento di informale eleganza, era pur sempre, ancora, in qualità di schiavi dei debiti. Anche lì. Sempre nella loro qualità di schiavi dei debiti, era l’aspetto più evidente, sembrava a Elias Rukla. (…)

 

Era come se solo partendo da se stessi in quanto schiavi dei debiti riuscissero a vedersi come esseri sociali, cioè come persone che potevano parlare insieme di qualcosa che è comune ed essenziale per tutti coloro che partecipano alla conversazione. Partendo dal proprio livello culturale si nutriva infatti un ingiustificato timore di fare un effetto, socialmente parlando, “strano”, anzi “innaturale”; mentre come schiavo dei debiti si viveva una vita sociale quasi drammatica, su cui si potevano esprimere commenti e intrattenersi e intrattenere gli altri. E’ vero che, in quanto schiavo dei debiti, si era un perdente, uno che non aveva realmente successo, ma questo metteva l’individuo in relazione con la vita sociale e lo rendeva pienamente moderno. Partendo da sé in quanto schiavo dei debiti ci si poteva anche lanciare sui giornali e sui programmi televisivi e provare la gioia di commentare quello che che vi si diceva, e che non era altro che  l’espressione delle tendenze diffuse dai leader di opinione; e in quanto schiavi dei debiti non era così difficile condividere i valori e le preferenze, addirittura l’atteggiamento di vita che vi venivano espressi.

 

Ah, come mancava di nutrimento, e sentiva il cervello surriscaldato, come se avesse una meningite dello spirito, che poteva scoppiare da un momento all’altro. (…)

timidezza e dignità

Non è la tecnologia che uccide la conversazione, anche se a molti adulti hanno perso il controllo degli strumenti (sulle relazioni al tempo di Whatsapp avevo scritto qui); il processo ha avuto inizio prima e Solstad sollecita ottime domande in Timidezza e dignità. Eric J. Hobsbawm, nel Il secolo Breve pone il suo sguardo

alla “rivoluzione culturale” della seconda metà del secolo, cioé a quella straordinaria dissoluzione del tessuto, delle norme e dei valori sociali tradizionali, che ha lasciato orfani così tanti abitanti del pianeta, privandoli di un sicuro riferimento. La parola “comunità” – “la comunità intellettuale” la “comunità delle pubbliche relazioni”, “la comunità gay” e via dicendo -non è mai stata usata in maniera tanto vuota e indiscriminata quanto in questi decenni, nei quali le comunità in senso sociologico sono difficilissime da trovare nella vita reale. (Il secolo breve, Bur, 2014, p. 384)

Elias Rukla, il personaggio del romanzo di Solstad, fatica molto più della moglie e dell’amico degli anni universitari  ad accettare che

Ciò che i figli potevano imparare dai genitori divenne meno evidente di ciò che i genitori non sapevano e che i figli conoscevano. Il ruolo delle generazioni veniva rovesciato. (Hobsbawm, idem)

In apertura al romanzo, il professore liceale esprime tutte le difficoltà di ruolo legate alle modifiche sostanziali intercorse nelle università e nelle scuole superiori in seguito alla democratizzazione del’accesso alla cultura, di cui lo studioso del ‘900 Hosbawm fornisce una lettura nel capitolo su La rivoluzione culturale.

Per quanto mi riguarda, il 2016 sarà un anno in cui le conversazioni si ritaglieranno uno spazio importante, riconoscendole come una forma importante di “cura”: cura delle relazioni, cura delle pratiche necessarie per approfondire i temi, cura degli atti necessari per animare luoghi di confronto e condivisione culturale.
Certamente quest’anno mi impegnerò molto per mantenere vivo il circolo di studio, che in fondo è un luogo di conversazioni e scambio.