servizi alla persona (?)

Documento acquisito

I. Cohen-Janca, ill. M. A. C. Quarello , Il grande cavallo blu, orecchio acerbo, 2012

Certamente una delle terapie più importanti per combattere la follia è la libertà. Quando un uomo è libero, quando ha il possesso di se stesso e della propria vita, gli è più facile combattere la follia. Quando parlo di libertà, parlo della libertà di lavorare, di guadagnarsi da vivere, e questa è già una forma di lotta contro la follia. Quando si ha la possibilità di rapportarsi con gli altri in modo libero, anche questa  è già una lotta contro la follia. Certamente, la follia si evidenzia più facilmente in una vita inquieta, tesa, oppressiva e violenta come la nostra. Oggi lo vediamo in vari modi: in strada incontriamo a ogni passo persone che non hanno un tetto, persone marginali. Oggi c’è la follia del vivere: noi viviamo come folli, forse neppure sappiamo se siamo folli o no…. (Basaglia, San Paolo, 22 giugno 1979)

Il Dossier de gli asini, 31, 2016 intitolato Matti da slegare si chiude con queste e altre parole di Basaglia scritte per le conferenze brasiliane, tenute un anno prima della morte. Del percorso suggerito dagli asini apprezzo che entra nel merito delle questioni, non solo denunciando lo scarto tra leggi, pratiche e investimenti, ma anche testimoniando esperienze di successo, delineando prospettive e ipotesi. Perché è vero ciò che il dossier sostiene nelle sue linee generali, ovvero che le pratiche di cura tali non sono quando la passività a cui è costretto il “malato” diviene “la” condizione attraverso cui gli è dato relazionarsi con il mondo, e guardare a sé: trattato come malato sempre, anche se il suo malessere ha un andamento altalenante, o ciclico”.

Documento acquisito-2

I. Cohen-Janca, ill. M. A. C. Quarello , Il grande cavallo blu, orecchio acerbo, 2012

E’ un dossier che mi ha fatto riaffiorare alla mente il ricordo di me bambina poco più che seienne, sbalordita dalla vastità del manicomio di Siena, in via Roma, e pensavo mentre ne percorrevo corridoi e stanze: questi spazi sono troppo vasti, ci si può perdere, dentro.

Credo che la vera scoperta dell’acqua calda (nell’accezione più positiva e alta dell’espressione), la verità fondativa di ogni condizione di agio e amor proprio, si sostanzi nella possibilità di entrare e uscire a proprio piacimento da ambienti familiari e intimi, in cui vivere buone relazioni e sentirsi accolti e protetti, speciali per qualcuno e degni dell’attenzione di tutti.

Aspettare rivoluzioni copernicane degli impianti normativi e organizzativi spesso volatilizza la possibilità di agire qui e ora, a favore di quelle persone che ci è dato concretamente raggiungere; meglio iniziare subito ad operare là dove si può, per quella singola persona che ci è dato sostenere, per interrompere l’incuria generata dalla banalità del male che il nostro sistema continua a perpetuare nei confronti di troppe persone -incuria violenta quando non addirittura violenza attiva, che così ci restituisce Paolo Fanelli con la sua testimonianza

Le dosi massicce di psicofarmaci che asportano l’anima come una sorta di lobotomia spirituale rendono incapaci di difendersi nella vita, nell’identità, nell’appartenenza. Sedati, per le strade, senza ricevere più un sorriso, brutti, senza un progetto (Gli Asini, 31, pp. 86-87).

Documento acquisito-3

I. Cohen-Janca, ill. M. A. C. Quarello , Il grande cavallo blu, orecchio acerbo, 2012

Le forme di cura più importanti, banali e rare, oggi, ruotano intorno all’ascolto e al’attenzione, di cui ci testimoniano l’assenza in molti, anche tra i cosiddetti sani.

Il protagonismo come condizione per esercitare il diritto di decidere per sé e della propria vita è teoricamente reso esigibile dalle carte di molti servizi alla persona, ma tali carte sono documenti che perdono ogni valore se non costituiscono la colonna dorsale del servizio, per cui diventa difficile credere in ciò che promettono:

  • è difficile credervi in quei tanti nidi in cui si riduce a mera liturgia delle dichiarazioni il protagonismo del bambino, verso il quale l’adulto dovrebbe porsi con una funzione di regia educativa, attraverso un ambiente educante e un tempo “a misura di bambino” e che invece vede spesso trionfare sui bisogni autentici dei bambini le “esigenze organizzative” di famiglie e servizio;
  • è difficile credervi in molti servizi sociali che, secondo la legge quadro 329 del 2000, dovrebbero porre al centro di ogni progetto personale la titolarità del diretto interessato, in termini di coprogettazione attiva, secondo un principio di partecipazione troppo spesso più dichiarato che effettivo;
  • è difficile credervi nei servizi sanitari, in cui lo sbandierato protagonismo si riduce troppo spesso meramente alla possibilità di scegliere il soggetto “erogatore” attraversi i famigerati voucher -che, laddove in uso da anni, hanno significativamente ridotto tanto il protagonismo che l’accompagnamento del cittadino, formalizzando una libertà di scelta che lo è solo nelle dichiarazioni e per chi dispone delle necessarie facoltà per avvalersene (anche culturali e cognitive);
  • nelle scuole, in cui l’educazione cooperativa e attiva, salvo rare illuminate eccezioni, non riesce a penetrare, scalzata da procedure omologanti e costrittive, del tutto incapaci di far fiorire talenti nella gioia e nella valorizzazione delle precipuità di tutti e di ciascuno, animando comunità solidali e dotate di senso civico.

Ma poiché anche ciascuno di noi è parte della comunità, ognuno può, nell’esercizio del proprio ruolo, procedere nella direzione che gli sembra più attuabile per mettere al centro del proprio operato la libertà: quella libertà che il dottor Basaglia considerava essere una delle terapie più importanti per combattere il malessere e che è alla base del nostro status di cittadini, e di professionisti.