linguaggio e sviluppo

Le parole non sono mai neutre, anzi, spesso, il loro potere è direttamente proporzionale all’apparente banalità.

Nel 1941 Henri Wallon, considerato padre della psicologia genetica insieme a Piaget, pubblica L’evoluzione psicologica del bambino  (Bollati Boringieri, 1987).

la realizzazione del bambino da parte dell’adulto che diventerà non segue un percorso senza deviazioni, biforcazioni o giri. (…) La madre, i parenti, gli incontri consueti o insoliti, la scuola, sono altrettanti contatti, altrettante relazioni e strutture diverse, altrettanti istituzioni attraverso le quali egli deve inserirsi, volentieri o per forza, nella società. Il linguaggio si frappone fra lui e i suoi desideri, fra lui e le persone, un ostacolo oppure uno strumento, che egli può esser tentato o di aggirare o di dominare. (Wallon, p.25)

Nel 1947 viene pubblicato per la prima volta il diario-saggio LTI La lingua del Terzo Reich, Taccuino di un filologo (oggi in catalogo Giuntina, per l’Italia) attraverso il quale lo studioso tedesco ebreo Victor Klemperer ha inteso ricostruire e documentare l’utilizzo strategico e strumentale della lingua operato dal regime nazista.

Trovo interessante leggere Wallon e Kemplerer incrociando i i frutti delle rispettive osservazioni.

Documento acquisito-01

Victor Klemperer ha tenuto segretamente un diario, da filologo ha annotato come  la  LTI (Lingua Tertii Imperii) ovvero La lingua del Terzo Reich  utilizzasse “ la distruzione della lingua o, meglio, l’occupazione della lingua” e la distorsione delle espressioni dal loro significato originario, per insinuarsi nel “sentire” delle persone

il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da queste accettate meccanicamente e inconsciamente (…)

La lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un qualche tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice “fanatico”, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia  un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo.  (pp. 25-32)

le frasi fatte  si impadroniscono di noi. “La lingua, … crea, … pensa per te…”

Nella lingua nazista, annotava Kemplerer,

ci sono molti americanismi e altri elementi di origine straniera (…) La continua ripetizione sembra essere uno dei principali stilemi

cominciai a osservare più attentamente come parlavano gli operai in fabbrica, come si esprimevano le bestie della Gestapo e anche come ci si esprimeva tra noi, noi ebrei chiusi in gabbia. Non si potevano notare molte differenze, addirittura proprio nessuna. Indubbiamente, nazisti e loro avversari, beneficiari e vittime, erano tutti guidati dagli stessi modelli.

Nella pagina del 27 marzo 1933 si legge:

Spuntano parole nuove, oppure quelle vecchie acquistano un nuovo significato specialistico, o ancora si formano nuovi composti che ben presto diventano stereotipi. (…)

Nel 1946 annotò:

una parola o una determinata coloritura o valutazione della parola acquistano una loro vita all’interno della lingua, cominciano a esistere veramente, solo se entrano nell’uso linguistico di un gruppo o di una collettività e vi si affermano per un certo tempo.

Ogni inezia viene declamata come “storica” tanto che il  Terzo Reich risulta infine fatto solo di solennità. “Organizzazione” diviene una delle droghe principe del nazismo. La buona organizzazione presuppone un’adesione esecutiva e acritica agli ordini del superiore, alla stregua di una macchina che si mette in moto premendo un bottone:

ognuno deve essere automa nelle mani del superiore e del capo supremo, ma contemporaneamente colui che pigia il bottone mette in funzione l’automa a lui sottoposto. Questa struttura occulta fa apparire normale il processo di schiavizzazione e spersonalizzazione. (p. 186)

L’invasione del linguaggio tecnico si ripete continuamente, lo si elabora, ci si bea in esso; la Repubblica di Weimar conosce solo il verbo ankurbeln [rilanciare l’economia] (…) andare a pieno regime

tuttavia

il passo veramente decisivo per la meccanizzazione linguistica della vita si ha solo quando la metafora tecnica si applica direttamente a una persona (p.187)

Le persone  inviate alla morte nei campi di sterminio, sono ridotte a pezzi da liquidare. Queste sono le parole utilizzate dai nazisti anche nei processi per crimini di guerra: parole analizzate da Hannah Arendt riconducendole al quadro generale.

La parola “fanatico” in origine si riferiva a una condizione spasmodica di rapimento religioso, poi fu associato -con connotazione negativa-  all’irrazionalità, con il nazismo divenne espressione di Virtù. Ai nazisti era chiesta una fanatica adesione. Mentre altre parole naziste perdurarono nel linguaggio comune negli anni successivi al crollo del Terzo Reich, “fanatismo”, sparì subito

se ne può dedurre con certezza -scrive Kemplerer- che per tutto il periodo hitleriano, nella coscienza e nel subcosciente del popolo, è rimasta ben viva la consapevolezza che una condizione mentale molto prossima alla malattia e al crimine è stata considerata, per dodici anni, come massima virtù.

Hitler e Goebbel curavano la regia dei loro discorsi in maniera minuziosa, mettendo in scena una teatralità che col passare degli anni doveva divenire sempre più popolare per infiammare gli animi, facendo leva sui sentimenti ed assopendo le menti. La lingua nazista è povera e in varie occasioni si ispira apertamente, nella forma, al Vangelo, per rinforzare la percezione di Hitler quale Salvatore.

Quanto più fatto di cose è un discorso, quanto meno si rivolge all’intelletto, tanto più è “popolaresco”.
Appena il discorso, anziché limitarsi a non gravare l’intelletto, passa scientemente a escluderlo o a offuscarlo, sconfina dal popolaresco per passare alla demagogia e alla seduzione del popolo.
In un certo qual modo potremmo considerare parte integrante del discorso, come il suo stesso corpo, anche il mercato addobbato o la sala o lo stadio adorni di stendardi e striscioni in cui si parla alla folla; infatti il discorso è come incrostato in quella cornice in cui è messo in scena (p.73)

Compito della scuola è “accompagnare” le giovani generazioni a maturare come persone, come cittadini; l’invasione di termini aziendalistici nelle istituzioni scolastiche è deleteria, miope, antidemocratica; è folle  parlare di scuole “performanti”, di test, di produttività.

documento-acquisito-4

Il 19 settembre 1941, giorno in cui fu reso obbligatorio portare la stella di David a sei punte, il pezzo di stoffa di colore giallo, il colore che segnala peste e quarantena e che nel Medioevo contraddistingueva gli ebrei, il colore dell’invidia, della bile, del male da scansare veniva indicato dal filologo tedesco ebreo Victor Klemperer  come il giorno più difficile durante i dodici anni infernali del nazismo.

La scuola è  un luogo di vita nel quale maturare come persone e cittadini, attraverso la conoscenza  e la pratica del dovere civico, permeando l’intera vita scolastica di educazione civica e sentimentale, superando la consuetudine di attivare percorsi e laboratori tematici intorno alla data del 27 gennaio, con iniziative frammentate, asfittiche, che spesso poco producono.