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A che gioco giochiamo?

Fotoreportage di un seminario lodigiano, presso il Laboratorio Nautilus dove abbiamo esplorato il senso e il significato del gioco, tenuto conto che

l’infanzia è al centro di strategie di marketing che orientano le scelte degli adulti in direzioni spesso non rispettose dei bisogni autentici del bambino. I tempi frenetici e la mancanza di luoghi di ritrovo inducono spesso all’acquisto compulsivo di oggetti insignificanti, usa e getta, frequentemente i bambini sono così sovrastati da proposte povere di qualità, funzionalità, bellezza. Mentre il gioco è una dimensione potente, capace di sviluppare piacere, scoperta, autostima, conoscenza.

Ecco alcune proposte che i partecipanti hanno trovato in sala

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Per sfruttare la vivacità intellettiva della mattina, ho presentato ai partecipanti una cornice sul rapporto gioco e bambino a partire dalle tipologie dalle abitudini introdotte dalla borghesia nei primi del ‘800 per poi virare lo sguardo su una lettura integrata degli studi di Maria Montessori, Elinor Goldchmied, Emmi Pikler, Henri Wallon.

Per circa tre ore abbiamo prestato attenzione al ruolo che gioca l’equilibrio rispetto al benessere delle persone di ogni età, fin dalla nascita, alla rilevanza delle diverse posture naturali e alle conseguenze dell’intervento dell’adulto, all’educazione sensitiva, al benessere sprigionato dalla bellezza, poi ho invitato tutti a giocare con ciò che volevano, dapprima senza ulteriori indicazioni.

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Solo due persone parlavano, dopo un tempo che voleva essere rispettoso del loro ambientamneto, le ho invitate a stare in silenzio.

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Quando la concentrazione era palpabile, come il silenzio era pregnante di piacere, ho molestato i partecipanti formando delle coppie su basi del tutto arbitrarie, invitandole a giocare insieme, in nome di quei principi astratti secondo cui i bambini sono “invitati” a essere amici di tutti, quando un adulto decide così.

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Tutti hanno rispettato la consegna, vivendo il dispiacere di un’interruzione tanto irriguardosa dei loro desideri, interessi, del piacere che provavano a sostare in ciò che stavano facendo andando dietro alle loro idee.

E quando poi ho mosso alle coppie delle antipatiche osservazioni circa la possibilità di “fare un po’ meglio”, in un gioco di specchi, è passata chiaramente la vacuità di tanti giudizi che noi adulti esprimiamo sulla qualità delle prestazioni del fare infantile, potente e subitanea nello spazzar via gioia e occasioni di apprendimento.
Tutti hanno fatto esperienza della difficoltà a ripristinare quel momento intenso, pregnante, fertile, avvolgente di gioco libero.

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Chiudo con l’invito ad accendere i vostri sguardi attraverso queste fotografie, a porre attenzione alle posture, alle diverse soluzioni individuate per stare in equilibrio, all’unitarietà che traspare tra soma e psiche.
Tutti hanno ripercorso esperienze già note, sia posturali che ludiche. Per questo occorre permettere ai bambini di

giocare solo per gioco

come insegna Tognolini. E fare per il piacere di fare, con le mani, con il corpo.

 

[se interessati a seminari, corsi, laboratori, conferenze sul tema: info@edufrog.it]