pulci nell’orecchio e quadri falsi

Fausta Orecchio (orecchio acerbo) ha introdotto la collana Pulci nell’orecchio -in occasione della Bologna Children’s Book Fair-  contrapponendola a una precedente avventura editoriale  Lampi, con cui tentava di reinterpretare per immagini grandi racconti: le Pulci invece sono racconti brevi con poche immagini.

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Matilde Serao, ill. Fabian Negrin, Canituccia, orecchio acerbo, 2017

Le pulci nell’orecchio così si presentano

Storie che saltano in testa, lasciando il prurito contagioso della lettura.
Piccoli capolavori ritrovati, grandi autori classici che ci consegnano schegge d’infanzia indimenticabili.
Bambini che si misurano con un mondo severo, estraneo e, spesso, assurdo e incomprensibile: quello degli adulti.

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William Saroyan, Fabian Negrin, Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa, orecchio acerbo, 2017

La collana è curata da Fabian Negrin, dedito a cercare piccoli racconti inediti che trattino d’infanzia: cita Diamanti in cantina di Faeti, per esprimere la qualità del suo lavoro di ricerca sui classici. L’idea che lo guida è separare i linguaggi visivi e narrativi, entrambi irriducibili.

E’ davvero intrigante la composizione di questi piccoli gioiellini: la prima di copertina è pura immagine, priva di parole, segue poi un’illustrazione, un suo dettaglio, il corpo del testo.

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – copertina

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – immagine con cui prende avvio la narrazione

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – dettaglio dell’immagine di avvio e frontespizio

Si sviluppa il racconto, e in conclusione troviamo un’immagine, che voltando pagina rivelasi essere un dettaglio di una sintesi visiva.

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – dettaglio dell’immagine finale

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – immagine finale

Negrin ha scelto di valorizzare le uniche due illustrazioni richiamando l’attenzione su un loro dettaglio, per aggiungere informazioni che non si notano a prima vista. Da artista che si pone molte sfide, Negrin candidamente confessa che, in Rex, ha voluto mettersi alla prova come i grandi pittori del passato, cimentandosi nella raffigurazione del vetro smerigliato di una credenza, attraverso la quale far intravedere le porcellane. Quando ha ingrandito la gallina invece ha voluto ribadirne il valore.

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D. H. Lawrence, Fabin Negrin, Rex, orecchio acerbo, 2017 – quarta di copertina

Fausta Orecchio osserva che la fantasia onirica si può esprimere nell’osservazione per il dettaglio e che Fabian attraverso questa collana si cimenta nella realizzazione di vere e proprie miniature, che -aggiunge Goffredo Fofi- sono capaci di evocare visivamente i caratteri delle culture in cui le storie sono ambientate: Rex restituisce il carattere vittoriano in cui si svolge, per il racconto Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa reinterpreta l’Armenia, in Canituccia va in scena il neorealismo verista.

Fabian si dichiara convertito all’antimoderno, racconta che quando l’illustratore Sergio Rizzato gli chiesi chi avesse illustrato anzichè per chi  lavorasse, avvenne in lui un cambiamento di prospettiva.
Negrin ama sperimentare varie tecniche che con le illustrazioni moderne non riusciva a mettere a frutto: tempera all’uovo, glicerina, … al sentirgli dire queste parole, la memoria mi ha subito riportato al mio concittadino Icilio Federico Joni (Siena, 1866 – 1946) un noto pittore di dipinti antichi, perlopiù di scuola senese e caposcuola dei “falsari” senesi, noto anche come PAICAP, che in vecchiaia pubblicò la propria autobiografia, Le memorie di un pittore di quadri antichi .

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Il collegamento è stato immediato perchè nella sua autobiografia il falsario svela, tra i vari trucchi adottati per invecchiare le tele, il ricorso all’uovo.
Immagino che Fabian Negrin si sarebbe trovato a suo agio con i numerosi restauratori e “pittori di quadri antichi”che frequentarono la bottega di Joni: Igino Gottardi, Gino Nelli, Arturo Rinaldi detto “Pinturicchio”, Bruno Marzi e Umberto Giunti. Parlavano di quali tecniche e materiali sortissero il miglior effetto finale: ad esempio per ricreare le crepature dei quadri  antichi usavano come tela una mussola molto sottile, su cui passavano varie mani di gesso da oro e la passavano più volte su un rullo girandola in vari sensi per conseguire l’effetto di autentiche screpolature antiche.

Questa collana è davvero una bella opportunità per i ragazzi, anche per quelli che ancora non sono sbocciati come lettori, spero che riuscirà ad appassionarli con le sue storie brevi, piene di sostanza.