pato logico-2 (copia)

modernità, crisi di tempo, mercificazione delle cure

Documento acquisito-03

D. Calì, C. Palmarucci, Il doppio, Kite, 2015

Nel romanzo Il tentativo di scrivere l’impenetrabile, (1984, in Italia nel 2006 con Iperborea) il norvegese Dag Solstad, si interroga sul fallimento dell’utopia comunista nel suo paese, uno dei più ricchi al mondo.

L’autore non può fare a meno di vedere che, per quanto amministrato dagli eredi del movimento operaio, il paese è nelle mani del grande capitale nazionale e globale, il connubio tra welfare state e produttività capitalistica è completo, e la Norvegia gli appare per cultura, stili di vita e schieramento politico, una piccola e periferica propaggine dell’Impero americano.[ Massimo Ciaravolo, Iperborea]

È interrogandosi sulla vita della cittadina Romsas che lo scrittore affronta il tema

mi appare di un’incomprensibilità lancinante. (…) Perché mi sento assalito da quella tristezza ogni volta che mi trovo lì? Che mi lascia senza parole? Eppure è il centro di una normalissima città satellite, progettata sulla base di molte buone idee radicali, e in cui si trovano tante espressioni architettoniche tipiche dell’epoca in cui fu costruita. E’ possibile che risenta di una tale plumbea decandenza? Che sia privo di vita? Che le persone tornino a casa all’ora di punta e prendano l’ascensore dalla moderna stazione sotterranea del metrò, che salgano al primo piano del centro e si disperdano a ventaglio per tutta l’area di Ramsas per poi sparire? [Solstad, p.85]

Questo si chiede il protagonista del romanzo, dato che un meticoloso piano urbanistico ha dato ampio spazio a luoghi pubblici per favorire una dimensione comunitaria

un’intera città costruita con le migliori intenzioni da uomini capaci, nel bel mezzo della più alta congiuntura economica che il mondo avesse mai conosciuto (…) e pensata come residenza per quella che era considerata la classe operaia più ricca al mondo. Questo è il punto. E’ questo il fatto davanti al quale rimango senza parole. Vuoto, Silenzio, Assenza mi urlano contro. Mi colpisce che quelli che vivono qui magari si trovano anche bene. La sola idea mi paralizza dall’orrore,

Solstad, invoca una riflessione su quale idea di realizzazione personale, di tempo, di comunità, di relazioni, di impegno abbia preso piede:

Dobbiamo liberarci dai nostri pregiudizi (…) che sono poi  identici alle nostre idee su come vorremmo che la gente vivesse. Dovremmo piuttosto cominciare  a chiederci come la gente preferisce vivere realmente. Se lo facessimo, forse saremmo costretti ad ammettere che tutto il vecchio concetto di edilizia sociale deve essere rivisto. Una delle idee portanti era in effetti che la gente voglia vivere in una comunità forte, e  abbiamo quindi usato come metro di misura per  valutare la riuscita di una città satellite le possibilità di attività sociali esterne all’appartamento individuale. (…) Lo sviluppo economico, sociale, tecnologico e psicologico non va verso un bisogno sempre maggiore di socialità esterna alle pareti domestiche. Al contrario. Lo sviluppo tecnologico (…) ha fatto si che l’appartamento divenisse il luogo più attraente di tutta l’area abitativa, riducendo drasticamente i bisogni che forse c’erano di una società vecchio stampo che noi tendevamo a immaginare. (…) Abbiamo creduto che  la gente desiderasse vivere in una  città satellite  con innumerevoli possibilità di attività sociale all’esterno, e perciò abbiamo  dato tanto peso a costosi ed eleganti saloni per le feste, locali di riunione, club per il tempo libero, centri commerciali, sale da sport e piscine, ma se ci chiediamo in che misura esse siano state utilizzate, o se le città satellite siano diventate degli organismi urbani vivi, dobbiamo risponderci un deciso no. La gente le ha semplicemente rifiutate. E’ un dato di fatto da cui dobbiamo trarre e debite conclusioni. (…) Quel che la gente desidera è un’abitazione, un appartamento, dove può trascorrere come le pare la maggior parte del tempo libero, e dove le attività cui desidera  dedicarsi possano trovare posto. E inoltre desidera poter raggiungere facilmente con la propria auto privata i luoghi dove si svolgono eventuali altre attività che si sceglie da sé.

Documento acquisito-04

D. Calì, C. Palmarucci, Il doppio, Kite, 2015

La sociologa statunitense Arlie Russell Hochschild nel saggio Per amore o per denaro La commercializzazione della vita intima osserva che  i miti sono accomunati tutti dall’avere una parte di realtà e una di immaginazione, e nel registrarne l’evoluzione nota che

quel che conta è la posizione rispetto a un mondo di prodotti e servizi: l’individuo non va da qualche parte ma compra qualcosa – e il comprare qualcosa diventa un modo per andare da qualche parte.
Nel passato la fantasia  dell’acquisto perfetto aveva spesso per tema un oggetto della realtà esterna: si sognava di comprare la casa perfetta, l’appezzamento di terreno perfetto, che segnalavano l’ascesa di status sociale. Oggi, invece, man mano che gli aspetti della vita intima e familiare diventano prodotti in vendita, il confine del commerciabile prende una piega più soggettiva. L’acquisto oggi ci viene proposto come accesso a un’identità personale perfetta in una relazione privata perfetta. (…)
La fantasia della relazione perfetta è legata a quella della relazione perfetta con cui intrattenerla

ed è sul bluff, sulla falsa promessa, fondata su una ancor più falsa premessa – la perfezione- che fiorisce il mercato dei servizi in cui la mercificazione della cura va a trattare le persone come oggetti, siano esse compagne sexy e bellissime, badanti di lusso, baby-parcheggiatori, come quelli che lavorano per la catena americana KinderCare Learning Center, un luogo che si rivolge ai genitori di bambini da sei settimane a dodici anni, promettendo:

Vuoi che tuo figlio sia attivo, paziente, intelligente, amato, emotivamente stabile, sicuro di sé, che abbia inclinazioni artistiche e che faccia un pisolino pomeridiano di due ore. Nient’altro?

Documento acquisito-30

yang Liu, Today meets Yesterday, Taschen, 2016

Tornando alla domanda di Solstad: cosa desiderano i cittadini?
La delicata questione della libertà critica è chiamata in causa anche dalla sociologa statunitense che registra come lo stallo in cui versano le famiglie, in parte per la mancata ridefinizione dei carichi di lavoro precedentemente indiscutibilmente femminili, sia al contempo causa e motivo della contrazione del tempo famiglia -ridotto da un corto circuito che porta donne e uomini a trattenersi più a lungo che in passato nei luoghi di lavoro, percepiti meno frustranti di quello domestico.

Numerosi fattori concomitanti hanno permesso l’avanzata della  cultura del mercato: l’entrata  delle donne nel mondo del lavoro, gli orari più lunghi, l’esposizione continua alla cultura del consumo, l’indebolimento della cultura familiare, così oggi più lavoriamo più spendiamo, aumenta costantemente la percezione che lo scopo della vita sia lavorare e spendere: ci stiamo avvitando in una visione filtrata dalla cultura del mercato.

L’analisi muove dal considerare

le connessioni fra lo scambio sociale, la mercificazione del sentimento, e la valutazione positiva di chi è in grado di controllare il significato dei propri gesti,  che è tipica delle professioni del ceto medio.
Un sentimento convenzionalizzato può assumere le caratteristiche di un bene di consumo. Quando gli atti a livello profondo entrano nell’ambito del mercato e vengono venduti e comprati in quanto aspetti della forza lavoro, i sentimenti diventano merce.
Da quando il capitalismo non è più solo un mezzo ma un fine in sé, la comunità e la famiglia devono competere quotidianamente con un sistema di scadenze e con una concezione del tempo che si contrappone a quella che a loro è propria. Gli appuntamenti di lavoro sono in competizione con le recite dei bambini, i saldi del centro commerciale con il relax a casa. Per chi lavora, le regole e le scadenze aziendali hanno finito per definire le regole e le scadenze di famiglia.

eroismo

A. Greder, Italia dalla A alla Z, Else, orecchio acerbo, 2014

Osservando che il tempo aziendale non è sempre stato sovrano, Hochschild ipotizza che

in risposta a alla sfida di questo sistema concorrente di organizzazione del tempo, molte famiglie separano un’immagine di sé come “famiglia unita” da una vita quotidiana sempre troppo frenetica, frammentata, individualizzata, compressa. Si creano una sorta di famiglia ipotetica, la famiglia che potrebbero essere se solo ce ne fosse il tempo, ma poi vivono la vita di tutti i giorni nel modo completamente opposto.

Karl Polanyi denunciava nella Grande trasformazione che siamo passati da una società con isole di mercato a un mercato con isole di società, in essa la famiglia, secondo la Hochschild , si è riconfigurata come azienda, assimilando la cultura del mercato e diventando anche scientista -con la sua ricerca di oggettività, metodo e quantificazione- e razionalista -con il mito della standardizzata ed efficacia.
In una logica di tagli per insufficienza di tempo, ciò che viene lasciato fuori è il tempo per i rapporti superficiali con i vicini e i negozianti del quartiere, i parenti lontani, i gruppi delle attività liberamente scelte. In questo quadro alcune aziende per rendersi appettibili e desiderabili introducono strategie per miminizzare la percezione della perdita introducendo una gamma di servizi per i dipendenti (tempo libero, sport, salute, palestra, accudimento figli, etc) ottenendo una permanenza ancor più lunga dei dipendenti sul posto di lavoro.

le grandi aziende stanno facendo alla vita delle famiglie quello che i supermercati hanno fatto ai negozietti (…) Alla Land’s End, un’azienda di abbigliamento … e ad Amgen…., ci sono club di scacchi, araldica, giardinaggio, modellismo, retorica, tennis, karate, immersioni e volontariato, attività che generalmente immaginiamo  pertinenti all’ambito della vita familiare o della comunità. (Hochschild)

Tutte attività che lasciano fuori parte della popolazione, ovvero bambini, anziani, adulti non produttivi.

pato logico-1

Alfonso Cruz, Capital, Pato Logico, 2014

Ecco da cosa rischia di essere soppiantato il retaggio comunista sulla cui scomparsa Solstad si interroga:

mentre aziende offrono la vecchia utopia socialista a un’élite di professionisti della consoscenza, all’avanguardia in un mondo del lavoro sempre più specializzato, ce ne sono altre che propinano il peggio del vecchio capitalismo ai lavoratori semispecializzati o non specializzati. Negli ultimi venti anni, con lo sviluppo di un’economia a due velocità, la retroguardia deve subire salari bassi, precarietà, e certamente meno famiglia sul lavoro.
Siamo forse agli albori di una tendenza che si manifesterà in futuro: socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri. Ma qui c’è un ulteriore paradosso: il socialismo delle nuove città aziendali è confinato in aree protette, simili ai quartieri in cui vivono gli impiegati di élite. Nei posti di lavoro dei poveri prevale invece l’ethos del capitalismo individualista, che prende dentro tutti, uno a uno…. Ai piani alti accade che il dipendente vada al lavoro per trovare divertimento, senso di comunità, persino affetto (quei seminari che fanno tanto gruppo); ai piani bassi, per molti, non c’è niente di tutto questo. (Hochschild)

Con questa logica, ciò che personalmente registro abitualmente con il mio lavoro, bambini affidati ai “nidi” dalle 7.30 alle 18.00 è percepito come funzionale, organizzato, vantaggioso, congruo.

pato logico-2

Alfonso Cruz, Capital, Pato Logico, 2014

Mi piace chiudere con l’invito della Hochschild:

la nostra sfida consiste nel cercare di comprendere gli stretti legami  fra tendenze economiche, geografie del sentimento e sacche di resistenza culturale – e proprio in queste ultime potremmo trovare le risposte.

Bibliografia:

Dag Solstad, Il tentativo di scrivere l’impenetrabile, Iperborea, 2006
David Calì, C. Palmarucci, Il doppio, Kite, 2015
Arlie Russell Hochschild, Per amore o per denaro La commercializzazione della vita intima, Il Mulino, 2006
Armin Greder, Italia dalla A alla Z, Else – orecchio acerbo, 2014
Yang Liu, Today meets Yesterday, Taschen, 2016
Alfonso Cruz, Capital, Pato Logico, 2014
Giulio Levi, Luigi Raffaelli, Venditempo, orecchio acerbo, 2004