bambini con la valigia …

Attendo con trepidazione di trovare tra la posta l’ultimo numero di LIBER dedicato al tema “HAPPY NEW FAMILY! tra separazioni e unioni non convenzionali uno sguardo alle attuali famiglie”. Il tema è al centro dei miei pensieri come un vero rebus: come tutelare i diritti di tutti e di ciascuno, in una così profonda mutazione culturale che sovverte una cultura plurimillenaria?

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Sono molto sollecitata da numerose posizioni di colleghi pedagogisti, da quelle di alcuni giudici,  da ciò che sento tra le persone comuni.
Colgo con frequenza spaesamento ma anche, ahimè, atteggiamenti ideologici che mi spaventano.

Oggi desidero soffermarmi a riflettere sul fenomeno dei cosi detti “bambini con la valigia”, ovvero i figli di separati\divorziati costretti a dividersi tra le case dei genitori; molti si esprimono a favore dell’assegnazione della casa al bambino, per tutelarlo dallo stress di vivere sempre con la valigia in mano, prevedendo che siano i genitori ad alternarsi settimanalmente nell’abitazione.

Anche il Quaderno Montessori, nel numero 116, a pag. 12, accoglie la decisione del Presidente del Tribunale Paolo Sceusa, di affidare la casa alla bambina, prevedendo che siano i genitori ad alternarsi e non viceversa, come un passo importante nella direzione della centralità del bambino.
Non conosco la situazione specifica e non ho motivo di mettere in dubbio la validità della singola decisione. Però, spostando il tema su un piano generale, ho iniziato a nutrire molti dubbi sulla reale qualità di questo orientamento alcuni anni fa, quando si iniziava a guardare all’esperienza francese che si muoveva in tal senso.
Le mie preoccupazioni si muovo su più ordini di valutazioni: psicopedagogiche, economiche, di diritto.

Note di carattere economico

Mi riservo di illustrare da ultimo le mie riflessioni psicopedagogiche  e passo a osservare come questa scelta implica che i genitori sono tenuti a mantenere tre case aperte, poiché non prendo neppure in considerazione l’ipotesi che una persona, solo perché adulta, debba rinunciare al diritto alla casa in virtù del fallimento di una relazione affettiva\matrimoniale.
Non è fantascientifico immaginare che uno dei genitori non contribuisca, come di dovere, al mantenimento del figlio: si tratta di un comportamento oggettivamente frequente che sovente non viene contrastato con provvedimenti correttivi efficaci. In una situazione analoga, rimarrebbe in capo al genitore che rispetta i suoi impegni il mantenimento di due case (la propria e quella assegnata al figlio).
Volgendo uno sguardo alla realtà in cui siamo inseriti e tralasciando di addentrarci in un’analisi economica-statistica, pare elevato il rischio che tale soluzione sia -percentualmente- applicata con profitto solo in rari eccezionali casi.
Nell’attuale crisi economica, già il semplice separarsi è un lusso, ancor di più lo è divorziare; all’interruzione del rapporto di convivenza corrisponde sovente lo sprofondare in situazione di povertà e non autosufficienza, che oltre ad abbassare drasticamente la qualità di vita del diretto interessato, certamente non esercita neppure una buona influenza sulla prole che assiste, anche se non è colpita direttamente da alcuna rinuncia, all’impoverimento oggettivo dei genitori.
Come può, infatti, un figlio vivere la consapevolezza che la madre e il padre non gli fanno mancare nulla del necessario ma per loro stessi non possono concedersi il più banale (lusso?) come un cinema, un libro o che addirittura non immagina neppure di poterseli concedere poiché è in situazione di grave indigenza? Oggi queste banali concessioni non sono più alla portata neppure di molte famiglie che ancora reggono unite e in cui le persone lavorano dimenandosi nella giungla dei contratti “flessibili”.
E poi, se una simile situazione esistenziale viene imposta per via giudiziaria, quali livelli di qualità ambientale\affettivi\relazionali possiamo sperare che produca in termini pedagogicamente sostanziali?
Basta affidare la casa al figlio perché i genitori imparino miracolosamente a co-gestire responsabilmente la loro genitorialità? Ne dubito, considerato anche quanti omicidi avvengono per banali questioni di vicinato, mi chiedo quanto stress può produrre la manutenzione ordinaria e straordinaria di una casa con tutte le implicazioni affettive-relazionali-economiche-sociali che tale situazione sollecita.
Sarà davvero garantita una dimensione familiare, affettiva, a misura di bambino attraverso prescrizione? Nella mia esperienza non è questa la via per sostenere competenze genitoriali e favorire la maturazioni di capacità relazionali e di cura fragili o assenti.

Note di carattere legale

Credo che l’obbligo di anteporre il benessere del bambino a quello dei suoi genitori, nel salvaguardarne relazioni significative con la famiglia, rappresenti una svolta importante che però -la storia ci insegna- non è sempre facilmente perseguibile.
Molte circostanze collaterali influiscono pesantemente sul diritto del bambino a relazioni affettivamente significative con i componenti della famiglia.
Tralasciamo di trattare situazioni così gravemente compromesse da rendere necessaria una presa in carico da parte degli organi di tutela minorile, e concentriamoci sulle situazioni in cui i genitori sono ritenuti adeguati a svolgere le loro funzioni educative e di cura.
Trovo offensive le sparate di chi tratta l’argomento presentando la separazione alla stregua di un comportamento superficiale ed egoistico.
Sono molte le cause che portano alla separazione, molti i modi adottati dai genitori, congiuntamente o in via conflittuale, per gestire la situazione.  Non dimentichiamo che districarsi in tali complessi scenari è il frutto di una rivoluzione copernicana nel diritto di famiglia, che fortunatamente oggi è profondamente diverso dal testo del 1942, totalmente concepito su:
– subordinazione della moglie al marito, sia nei rapporti personali sia in quelli patrimoniali, sia nelle relazioni di coppia sia nei riguardi dei figli;
– discriminazione dei figli nati fuori dal matrimonio, che ricevevano un trattamento giuridico deteriore rispetto ai figli legittimi.
Nel 1975 con la Riforma del diritto di famiglia:
– venne riconosciuta la parità giuridica dei coniugi,
– venne abrogato l’istituto della dote,
– venne riconosciuta ai figli naturali la stessa tutela prevista per i figli legittimi,
– venne istituita la comunione dei beni come regime patrimoniale legale della famiglia,
– la patria potestà venne sostituita dalla potestà di entrambi i genitori, in particolare nella tutela dei figli.
– il coniuge superstite nella successione ereditaria diventa erede, mentre prima, legalmente, non ereditava nulla.
Successivamente si aggiungono altre importanti modifiche in tema di adozione e affido, l’introduzione del divorzio, la procreazione medicalmente assistita, la legge sull’affidamento condiviso con cui l’interesse morale e materiale del minore diviene linea guida nella decisione del giudice, che deve salvaguardare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore e conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
(Per sintetici\schematici approfondimenti qui, da cui ho attinto per il presente post)
Resta poi da esplorare tutto l’aspetto relativo ai diritti dei bambini di famiglie omogenitoriali e, naturalmente, dei loro stessi genitori ( su questo argomento qui l’intervista rilasciatami dalla Presidentessa delle Famiglie Arcobaleno).
Appare in tutta evidenza che anche laddove le leggi paiono essere sufficientemente buone, assistiamo a difficoltà attuative pesanti.
Come può un pedagogista serio non tenere conto della realtà?
Assistiamo continuamente alla trasformazione dei modi di fare famiglia e ciò apre a nuove problematiche, ad esempio: come riconoscere fattivamente, assegnando la casa al figlio, i diritti di eventuali figli avuti dai genitori successivamente? Per loro la transumanza affettiva nella casa di un fratello, per rimanere uniti ai genitori, non comporterebbe le medesime sofferenze, gli stessi disagi? (sempre che tali spostamenti siano logisticamente sostenibili) Non diverrebbero addirittura più seri?
E’ molto difficile, quando una società si impegna per riconoscere fattivamente i diritti personali e familiari, trovare soluzioni universalmente applicabili senza retrocedere a discriminazioni simili a quelle del precedente diritto di famiglia: difficile porre in essere misure che tutelino i diritti dei figli di prima generazione, senza violare quelli dei loro genitori, dei figli di seconda relazione, del restante nucleo familiare. E’ difficile ma doveroso!

Note psicopedagogiche

Arrivando alle valutazioni pedagogiche: non sono affatto persuasa che la stabilità di domicilio rappresenti la prioritaria forma di tutela del benessere di un bambino o una bambina.
Sono ben consapevole della fatica che il bambino vive continuamente nel cambiare ambiente, regole, abitudini, nel lasciare le proprie cose, nell’interrompere un’attività al quale si stava appassionando perché non la può portare dall’altro genitore.
Sono consapevole di quanto questo generi una costante sensazione di frammentazione, di quanto violi la sua autonomia decisionale in relazione alle più elementari forme di progettualità, di quanto i figli soffrano dell’impossibilità di godere di entrambi i genitori in compresenza e nel vivere vite parallele, talvolta non comunicanti.
Ciò nonostante credo che in chiave pedagogica le soluzioni siano da ricercarsi al di fuori delle ideologie e rimanendo ben ancorate ai dati di realtà.
Anche immaginando che le situazioni economiche dei genitori separati siano idilliache, anche ipotizzando che le loro competenze personali nel gestire i rapporti siano splendidamente scandite da una maturità, fluidità, elasticità, correttezza e quant’altro di positivo si voglia mettere nel piatto, come evitare di parallelismo tra le vite del figlio e del genitore, in assenza di una condivisione degli aspetti più quotidiani?
Faccio alcuni esempi: è auspicabile -per preservare la stabilità del figlio- rinunciare alla condivisione di quell’ambiente materno\paterno condiviso che  rispecchia ed alimenta gli interessi, i gusti e le passioni (anche banalmente attraverso libri, quadri, sculture, tappeti, video, …) delle persone che compongono il nucleo? Come potrebbe in tale frangente il figlio vivere appieno le relazioni che i genitori costruiscono con il vicinato, gli amici, i colleghi, con l’eventuale nuova famiglia?
Cosa dire poi di quanto previsto dal diritto civile circa il diritto a “conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Tre case non aprono la strada a vie parallele e non comunicanti?
Ma soprattutto: quale senso di appartenenza può prendere forma in una situazione in cui i genitori sono alternativamente ospiti\responsabili, portatori di doveri e non di diritti? Che tipo di identità può prendere forma in tali frangenti? Dove va ad affondare le radici il senso di protezione? e come si muove la legittimazione delle norme genitoriali?

La storia ci insegna che i modelli per crescere i figli sono molteplici.
Personalmente credo che porre il bambino al centro significhi attivare un pensiero pedagogicamente capace di misurarsi con le variabili, che sempre più velocemente si trasformano, anche per accogliere nuovi importanti diritti che millenni di egemonia patriarcale e maschilista avevano completamente negato.

In sintesi, la domanda che io pongo è:

per evitare che i bambini vivano con la valigia sempre pronta, li facciamo vivere in una stazione in cui i genitori transitano e non si fermano mai ?