Quando manca la tranquillità, i bambini si proteggono giocando

Recentemente ho scoperto un autore, Stig Dagerman, che ha saputo esplorare alcuni aspetti dell’infanzia con raro talento, lasciando a noi adulti quesiti e dati oggettivi di realtà che ci obbligano quantomeno a decidere cosa farne. Difficile ignorarli.

Con uno stile lineare e preciso, caratterizzato da notevole puntualità sequenziale, riesce ad oggettivizzare la realtà del quotidiano, ma anche l’andamento dei moti interiori. Mi ha colpito la sua analisi di come i bambini sanno attingere a risorse proprie, anche in condizioni di povertà, la capacità di mettere in luce il potere protettivo del gioco, ma anche il richiamare l’attenzione su quanto sia difficile per i bambini (e non solo) mantenere una buona stima di sè se gli altri non ti considerano nulla.

Ecco alcuni passaggi di un breve racconto del 1948 L’auto di Stoccolma (edito per Iperborea nella raccolta Il viaggiatore, 2014) in cui impeccabilmente restituisce i moti interiori, le giornate, le relazioni interpersonali, i giochi dei bambini poveri e degli stigmi a cui sono condannati. Ma in cui racconta anche di come la natura infantile ponga rimedio alla miseria e alla sofferenza attraverso varie strategie, tra cui il gioco costiuisce la strada principe.

La psicoanalisi e la pedagogia dei primi del ‘900 hanno ben evidenziato il ruolo che il gioco assolve nella tutela della salute mentale e fisica del bambino, anche in tempi drammatici segnati dalla guerra e a quelli che gli succedono -basti pensare al contributo di persone del calibro di Anna Freud, Susan Isaacs, Donald Winicott, recepiti e rielaborati da figure come Elinor Goldschmied, assistente psichiatrica che ha a lungo operato anche in Italia, o al contributo di pediatre come Maria Montessori ed Emmi Pikler.

Fanciulli che giocano a dadi, circa 1675, olio su tela, 145 × 108, Monaco, Alte Pinakothek

Lascio spazio al racconto di Dagerman, nella traduzione di Gino Tozzetti:

Noi che siamo figli di contadini poveri abbiamo la schiena curva fin da piccoli a forza di cercare di portare carichi pesanti come quegli degli adulti. (…) Certo, è faticoso cercare di essere come i grandi ma che altra scelta ci resta, visto che non ci è mai stato possibile essere bambini?
Non abbiamo quasi mai potuto giocare come gli altri perché i nostri genitori non potevano permettersi il lusso di lasciarci giocare. (p.42)

Poche righe, scarne ma efficaci, scuola, gioco, lavoro, dal punto di vista dei bambini poveri:

Dopo la scuola, abbiamo sempre fretta di tornare a casa. Mille faccende ci aspettano: le patate da pulire, i paletti da piantare, le cime delle carote da tagliare, le vacche da portare alla monta. Tutti gli anni, nel periodo della raccolta delle patate, ci ammaliamo e siamo costretti a rimanere a casa da scuola per due o tre giorni. Per i figli dei contadini poveri questa è una malattia incurabile. Quando, dopo la malattia, torniamo a scuola, i figli dei contadini ricchi e quelli degli operai delle fabbriche ci sussurrano all’orecchio, ma a voce abbastanza alta che anche il maestro possa sentire, che passando dalla strada ci hanno visto a carponi nel campo di patate. (p.43)

Sulla natura del gioco, seguono pagine preziose per la loro capacità di rendere visibile ciò che non lo è:

Per i figli dei contadini poveri non c’è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo per davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello ma è indispensabile. (…) Non è poi così difficile. D’estate anzi è addirittura facile quando non ci sono in giro gli altri bambini a farci sentire la nostra mancanza di libertà. (…) Eppure i figli dei contadini poveri non sono così privi di libertà come credono quelli che sono liberi. Giochiamo ad essere liberi e in questo modo lo diventiamo. Quando rastrelliamo la sponda dei fossi non è certo per raccogliere quel po’ di fieno striminzito. No davvero, è che siamo a caccia di serpenti. I più velenosi dell’Arica e dell’India (…) Ma dove siamo più felici è sempre nell’oscurità del fienile, quando il fieno sale e sale e ci spinge, noi piccoli pigiatori, verso l’alto, verso i chiodi pericolosi che sporgono dalle travi del soffitto. Sommersi da ondate di fieno, che dobbiamo calpestare per farcene stare il più possibile, facciamo finta che sia acqua. Siamo naufraghi in un mare in tempesta, è buio, e sopra le nostre teste ribollono le onde, una via l’altra. Ma noi riusciamo sempre a salvarci, invincibili ai nostri occhi, anche se non lo siamo a quelli del mondo.
E’ così che i figli dei contadini poveri trasformano la loro povera vita in qualcosa di grande e diventano eroi di drammi che si sono creati da sé. Ed è così che deve essere: quanto più misera e priva di libertà è la vita che siamo costretti a vivere, tato più forti diventano le fantasticherie di una vita diversa, una vita di libertà e di gloria. No, non è davvero il caso di compatirci quando giochiamo. E’ quando perdiamo la capacità di giocare che siamo da compatire. (pp. 44-46)

Nel racconto emerge che ciò di fronte a cui non si è in grado di resistere è l’essere ignorati:

Quel che più ci spaventa (…) è che il signore di Stoccolma non ci rivolga neanche una parola, che non ci dia il diritto di esistere. (p.49)

eloisecamera

Kay Thompson, ill. Hilary Knight., Eloise, Piemme (1999)

Con queste pagine, l’autore ci costringe a volgere lo sguardo proprio là: dove l’indifferenza affonda l’idea positiva di sé che un bambino co-costruisce, attraverso le relazioni che vive, nel rispecchiamento della stima altrui.

La letteratura pone domande, accende sguardi, rappresenta la realtà, ipotizza scenari, dialoga con il lettore, lo costringe a partecipare. Motivo per cui alimenta un’inestimabile formazione continua, tanto più necessaria quando lo stato è vacante da anni nel suo compito di accompagnare la metariflessione degli operatori nei servizi scolastici, educativi, sociali e sanitari.

Sono molti i bambini poveri a cui il gioco è sottratto.

Sono molti anche i bambini ricchi a cui il gioco è sottratto: il “gioco libero” intendo, quello giocato solo per gioco e non quello condotto da adulti “esperti” perchè possano”imparare cose” e “socializzare”; questa società strabica e contraddittoria contrasta il gioco inventato con poco … o con nulla, con altri bambini -e vende “esperienze didattiche”.

[prossimamente  tornerò a scrivere Stig Dagerman, in particolare della sua visione dell’educazione]