Datemi tempo!

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Antoinette Portis, Aspetta, il Castoro, 2015

Datemi tempo: lo sviluppo autonomo dei movimenti nei primi anni di vita del bambino è il titolo di un libro scritto dalla dottoressa Emmi Pikler, che ha determinato un cambiamento di prospettiva nello sguardo sul bambino, riconoscendo nel libero movimento un fattore complessivamente determinante sullo sviluppo motorio-propriopercettivo-cognitivo-affettivo.
Il libro, uscito in Italia per la prima volta in Italia nel 1980, grazie a Rosselina Archinto nella sua EMME edizioni, riscosse purtroppo ben poca attenzione, tornò alle stampe nel 1996 per RED edizioni, e rimase poi per lungo tempo pressocché introvabile; presentata in questi giorni la nuova pubblicazione nella Nuova Collana INFANZIA per Edizioni Scientifiche.

La dottoressa Pikler lavorò lungamente come pediatra di famiglia, aiutando i genitori a comprendere l’importanza di rispettare tempi, desideri e movimenti dei bambini, evitando sollecitazioni e anticipazioni di posture e giochi. Nel 1946 il governo ungherese la incaricò di creare un orfanotrofio per bambini da 0 a 3 anni, noto come Loczy. I circa 1500 bambini cresciuti a Loczy, per ognuno dei quali esiste una minuziosa documentazione che ne registra la crescita e lo sviluppo, hanno potuto trarre giovamento e godere di una relazione intima e costante con un adulto, in un contesto concepito per agevolare la più completa libertà di gioco e di movimento.

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Antoinette Portis, Aspetta, il Castoro, 2015

 

Solo con la fine della “cortina di ferro” il lavoro di Emmi Pikler iniziò a circolare fuori confine, dapprima in Francia, nel 1973 grazie a Myriam David e Geneviève Appell dei C.E.M.E.A. (Centri esercitazione dei metodi di educazione attiva) francesi. L’illuminata lungimiranza di Rosellina Archinto non fu premiata e in Italia iniziò ad attirare l’attenzione di pochi studiosi d’infanzia solo intorno agli anni ’90, quando anche a me fu segnalata dalla mia amica Mariacristina Picchio (ricercatrice presso l’istituto di scienze e tecnologie della cognizione presso il CNR di Roma), alla quale va tutta la mia gratitudine.

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Antoinette Portis, Aspetta, il Castoro, 2015

E’ a partire da queste conoscenze che guardo in maniera molto critica alla performance Teaching to walk (2002), dell’artista slovacco Roman Ondák, che arriva a Milano per volontà della Fondazione Nicola Trussardi; ho letto quest’estate della chiamata volta a cercare mamme e bambini di sesso maschile (perché questa specifica?) che possano recarsi una volta al giorno, per qualche giorno e per mezz’ora circa, a visitare la mostra e a camminare insieme al proprio bambino negli spazi dell’esposizione. Ecco come viene presentata dall’organizzazione:

“Teaching to walk” nasce dall’esperienza personale dell’artista che, da padre, si è trovato a osservare e condividere l’intimità che si creava tra la moglie e il loro bambino nei momenti in cui lei gli insegnava a camminare. “Teaching to walk” isola il momento preciso in cui un figlio muove letteralmente i primi passi verso l’indipendenza e perde gradualmente il contatto fisico con la madre. Catturando un’azione assolutamente imprevedibile, come può essere il comportamento di un bambino, l’opera è continuamente in divenire e accompagna il pubblico alla scoperta e condivisione di questo istante importantissimo, non limitandosi a rappresentarlo, quanto piuttosto creando un vero e proprio coinvolgimento.

Trovo quest’operazione completamente priva di senso.

Ecco le motivazioni:

– credo che l’arte si differenzi da altre forme espressive in virtù di una progettualità che, intenzionalmente, va a significare un evento\oggetto\momento, per quanto ineffabile possa essere; l’arte, anche quando avvalora l’imprevidibile, lo fa attraverso un apparato significante argomentabile. Non mi sembra che questa performance offra altro che la possibilità di entrare voieuristicamente in una situazione comune, a vantaggio di una vacua esaltazione delle emozioni che suscita nello spettatore-partecipante;

– non comprendo come si possa immaginare di cogliere l’attimo imprevedibile, rispettando i bisogni di un bambino, se non filmandolo 24 ore su 24 come nelle società ipotizzate da film e romanzi distopici;

– mi sembra del tutto arbitraria la scelta di coinvolgere mamme e figli maschi.

Credo che la mostra potrebbe sortire un impatto significativo qualora riuscisse ad accendere sguardi critici sulla goffaggine dei movimenti imposti\suggeriti ai bambini quando si vuole “insegnare” loro a camminare, evidenziando -per contrasto- quanto invece siano capaci di esprimere autentica concentrazione e piacere quando lasciati liberi di muoversi come desiderano, mettendo in campo strategie caratterizzate da prudenza ed eleganza, che vengono totalmente a mancare per colpa dei fattori disturbanti messi in campo da quegli adulti che non rispettano la naturale direttiva di ogni bambino. Ma dubito che sarà così.

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Antoinette Portis, Aspetta, il Castoro, 2015

Nel post ho voluto intrecciare il testo con le immagini di uno splendido albo dell’autrice Antoinette Portis, edito da il Castoro,  Aspetta. Uno dei libri che maggiormente mi ha colpito per come rappresenta l’eterno conflitto tra mondo dell’infanzia e dell’adulto, senza tuttavia mancare di rispetto verso nessuna delle due parti. In particolare apprezzo come complessivamente l’autriceha saputo restituire al lettore la qualità dei movimenti del bambino; per una buona presentazione dell’albo rimando al blog Letture candite, che lo presenta attraverso lo sguardo di Carla Ghisalberghi.