CONTAMINAZIONI CULTURALI: fiumi di persone

CONTAMINAZIONI CULTURALI è uno sregolato mix-max di
bibliografie, segnalazioni, appunti, mappe, immagini:
una stringata sintesi di letture e visioni

 

Il silenzio non esiste. Tutto si sente. Quel che chiamiamo silenzio è la nostra sordità. Se non fossimo così sordi, il mondo non sarebbe così cattivo. Ma per fortuna c’è qualcuno che sente. (Stig Dagerman)

Il senso di colpa e la paura sollecitano la cattiveria, scriveva il giornalista e scrittore anarchico svedese.

Dell’artista cinese dissidente Ai Weiwei (di cui trovate un’interessante presentazione qui) è uscito in questi giorni nelle sale il film documentario HUMAN FLOW, nel quale richiama l’attenzione sulla fiumana  – oltre 65 milioni di persone – che fugge da conflitti, dittature, povertà, persecuzioni, calamità naturali.

Uomini, donne, bambini, anziani, che fuggono allontanandosi dalle loro terre senza aver progettato il domani, in mancanza assoluta di alternative. Fuggono per cercare di migliorare la loro condizione -miserabile- di vita, e quella dei loro cari. Fuggono così numerosi da ricordare la diaspora che seguì alla seconda guerra mondiale.

Human Flow è un modello di misura, tra incisività, volizione granitica nel mettere in luce il quotidiano intorno a noi, tra noi, pacatezza nei toni. Rifugge facili pietismi e mostra situazioni.

Non pago, per contrastare l’inalzamenti di muri che impediscono la libera circolazione delle persone (oggi ve ne sono 70 nel mondo, alla fine della seconda guerra mondiale 11!) Ai Weiwei  dissemina New York di installazioni che complessivamente compongono l’opera Good fences make good neighbor per inviatre le persone a una scelta: nazionalismi e xenofobia o abbattimento delle frontiere?

In questi giorni anche a Milano è possibile visitare una mostra dell’artista alla Galleria De Carlo, fino al 18 novembre, si è invece conclusa il 22 gennaio a Palazzo Strozzi, Firenze, Ai Weiwei. Libero.

In libreria segnalo una recente uscita I SOLDATI DELLE PAROLE (Iperborea, 2017) dell’olandese Frank Westerman che in quarta di copertina così si presenta

Qualsiasi forma assuma il terrore, dovremo sempre continuare a parlarne.

Westerman propone una rilettura del terrorismo a partire dai primi casi di sequestri collettivi civili, risalenti agli anni ’70, in Olanda, per mano dei molucchesi, terroristi che rivendicavano la loro appartenenza alla Repubblica delle Molucche del sud, autoproclamatasi dopo che il ritiro dell’Olanda dall’Indonesia (1949) aveva lasciato senza status, lavoro e patria 12.500 soldati, istantaneamente congedati e abbandonati nello stesso territorio in cui avevano difeso per anni gli interessi dei colonizzatori.
Questi autoproclamarono la Repubblica delle Molucche del sud, mai riconosciuta, resistettero sette mesi poi l’Olanda  li richiamò in patria per liberare l’ex colonia dalla spirale di violenza che si era innescata: purtroppo però li abbandonandò a loro stessi e fomentando così odio e segregazione in cui si alimentò una nuova forma di lotta agita attraverso sequestri collettivi. Il paese reagì con quello che poi diventò il famoso Dutch Approach ovvero: fermare la violenza senza violenza, con la forza delle parole (dei mediatori).

Westerman ci guida nella comparazione tra approccio gentile (olandese) e russo, in cui invece la violenza si ferma con la violenza, anche sacrificando centinaia di vittime innocenti.
Questa cronostoria dell’evoluzione qualitativa nelle strategie terroristiche e nelle azioni di contrasto, aiuta a porsi domande molto attuali. Ad esempio: i milioni di bambini che vediamo in HUMAN FLOW, che negli ultimi anni non sono andati a scuola un solo giorno, che hanno vissuto trattati da pezzenti e respinti ovunque, in mezzo fogne a cielo aperto, come potranno sviluppare sentimenti solidali e non lasciarsi travolgere dalla violenta radicalizzazione? Chi mostrerà loro una qualunque possibilità di autorealizzazione?

Il terrorismo post moderno si avvale della spettacolarizzazione della violenza, i metodi sono cambiati: negli anni ’70 agli ostaggi veniva proibito ogni contatto con i familiari oggi invece interi gruppi di persone sequestrate sono invitate a testimoniare al più alto numero di conoscenti, con ogni mezzo, la loro condizione di sequestrati in procinto di essere uccisi!

Dagli anni ’70 anche un’altra differenza: allora fu consigliato agli adulti di non parlare con i bambini del trauma subito, avrebbero dimenticato. Oggi sappiamo che invece le vittime devono essere aiutate a superare il trauma.

Ma come possiamo immaginare che chi è cresciuto nel disprezzo, nel dolore, nella fame, con i panni bagnati addosso, per anni in viaggio, da un muro di filo spinato a un campo di prigionia in attesa di un barcone sovraccaricato, possa senza aiuti, senza espressione di umanità- imparare a coltivare l’amorevolezza verso se stesso e verso il prossimo? 

MEGLIO É …

Meglio è imparare
per tempo a perdonare
prima gli altri
poi se stessi

Meglio è imparare
troppo tardi a giudicare
ma se proprio
ma nel caso:
ultimi gli altri
se stessi per primi.

(Stig Dagerman)