sistema integrato 0\6, ad Arezzo

Sabato  25 novembre, ad Arezzo, si è svolto il convegno Meno Alti dei Pinguini, parte di un progetto che nasce dalla collaborazione tra la Cooperativa Sociale Progetto 5 di Arezzo, la Cooperativa Culturale Giannino Stoppani di Bologna e la Libreria La Casa sull’Albero, a seguito della mostra Un Altro Sguardo. Figure e storie di diversabilità nei libri per ragazzi.

Un programma culturale intenso, fatto di mostre, workshop, incontri formativi: momenti di approfondimento per addetti ai lavori, confronto con amministratori, tecnici, operatori, famiglie, per imparare a leggere un contesto rapidamente mutevole, anche alla luce delle recenti disposizioni normative introdotte La Buona Scuola.

Obiettivo: proposte e sguardi capaci di sostanziare una rinnovata idea socio-pedagogica .

Ho avuto l’onore aprire il convegno con un intervento sul tema SISTEMA 0-6: QUALI BISOGNI DEI BAMBINI ACCOGLIE? e di moderare le due tavole rotonde a seguire. Condivido alcuni punti che ho toccato:

Una priorità contemporanea è fare cultura educativa e di servizio, interrogando la storia e processando idee e prassi, per valorizzare le esperienze e preservare lo slancio generativo insito nelle visioni di società desiderabili.

Una sfida di questi tempi è proprio sottrarre l’educazione al qualunquismo che riconosce a chiunque il diritto di urlare la sua visione senza riguardo verso le conseguenze: è una priorità pedagogica riporre al centro della pianificazione di lungo termine interventi integrati capaci di rimodellarsi in corso d’opera sulla base degli scarti rilevati tra ipotesi e realtà fattuali. Come lo è alimentare un diffuso senso civico e  una specifica amorevolezza di pestalozziana memoria.

Il DL 65/2017 Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni costituisce una grande conquista, che supera i parallelismi tra le esperienze spesso istituite dalle leggi 444\1968 (Ordinamento della scuola materna statale) e 1044\1971 (Piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato): si passa dalla funzione assistenziale degli asili-nido -volta ad assicurare una adeguata assistenza alla famiglia e anche per facilitare l’accesso della donna al lavoro- a un riconoscimento dei bambini e delle bambine come cittadini del qui e ora, non come mero investimento sui cittadini di domani.

Abbiamo un cammino da fare, difficile e appassionante: risalgono a pochi giorni fa le prime attuazioni del DL 65/2017, ma alcuni documenti europei ci forniscono la bussola già da anni, a partire dalla COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE Educazione e cura della prima infanzia: consentire a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori (17.2.2011) che nell’ INTRODUZIONE esplicita come, per migliorare la qualità e l’efficacia dei sistemi di istruzione l’educazione e la cura della prima infanzia (Early Childhood Education and Care – ECEC) essi debbano essere concepiti ed offerti con l’obiettivo di soddisfare appieno le svariate esigenze dei bambini: cognitive, emotive, sociali e fisiche.
Tali necessità differiscono notevolmente da quelle dei bambini più grandi in età scolare. Le ricerche indicano che i primi anni di vita dei bambini sono quelli più formativi. È in questa fase infatti che vengono gettate le basi dei principali atteggiamenti e modelli che caratterizzeranno la loro intera vita.
L’acquisizione di competenze non cognitive (quali perseveranza, motivazione, capacità di interagire con gli altri) nella prima infanzia è un elemento di importanza fondamentale per l’apprendimento futuro e il buon esito dell’impegno sociale, perciò il contenuto del programma di studi ECEC dovrebbe superare i confini dell’apprendimento cognitivo ed includere la socializzazione e una serie di aspetti non cognitivi. Si rende quindi necessario integrare cura ed educazione.

Il documento mette anche in luce che attirare, formare e trattenere personale adeguatamente qualificato rappresenta un considerevole problema. La tendenza ad integrare cura ed educazione dei bambini sta provocando una maggiore professionalizzazione del personale che lavora nei servizi ECEC, ma il problema di come rendere più attraente il lavoro è ancora sul tavolo, a partire dal salario.
La comunicazione in parola ha evidenziato la necessità di migliorare l’attività ECEC in tutta l’UE non solo quantitativamente ma anche garantendo la qualità dell’offerta, a partire dall’assunzione dei seguenti elementi di qualità:

• Trovare il giusto equilibrio tra elementi cognitivi e non cognitivi nel programma di studi
• Promuovere la professionalizzazione del personale ECEC: sviluppare politiche per attirare, formare e trattenere in ECEC personale adeguatamente qualificato
• Migliorare l’equilibrio di genere del personale ECEC
• Passare a sistemi ECEC che integrino cura ed educazione per migliorare la qualità, l’equità e l’efficienza del sistema
• Facilitare la transizione dei bambini della prima infanzia dalla famiglia all’educazione/cura, nonché da un livello di istruzione a quello successivo
• Progettare contesti pedagogici armoniosi e ben coordinati, coinvolgendo le principali parti interessate

La raccomandazione 112\2013 DELLA COMMISSIONE Investire nell’infanzia per spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale evidenzia come le strategie che risultano più efficaci per combattere la povertà infantile siano le strategie che sono alla base delle politiche volte a migliorare il benessere di tutti i minori. Pone poi l’accento sulle azioni che favoriscono l’eguaglianza tra donne e uomini, il paritarismo (gender mainstreaming) e pari opportu­nità, nonché la lotta contro la discriminazione che subi­scono i minori e le loro famiglie per diversi motivi (in particolare collegati al sesso, all’appartenenza etnica o razziale, alla religione o alle convinzioni, alle disabilità, all’età o all’orientamento sessuale) : ciò al fine di lottare contro la povertà e l’esclusione sociale dei minori.
La crisi finanziaria ed economica attuale pesa fortemente sui minori e sulle loro famiglie e la Comunità Europea invita gli stati membri a ridurre le disuguaglianze sin dalla più tenera età, inve­stendo nei servizi di educazione e accoglienza per la prima infanzia, ovvero invita i paesi a sfruttare ulteriormente il potenziale dei servizi di educazione e accoglienza per la prima infanzia in materia di inclusione sociale e di sviluppo, facendone un inve­stimento sociale volto limitare, grazie a un intervento precoce, le disuguaglianze e le difficoltà di cui soffrono i minori svantaggiati.

Come?
Ecco nel documento alcune linee guida:

  • creare servizi di educazione e accoglienza per la prima infanzia inclusivi e di qualità; vigilare affinché siano a costi sostenibili ed adeguati alle esigenze delle famiglie;
  • aiutare i genitori a svolgere il loro ruolo in quanto principali educatori dei figli durante i primi anni e incoraggiare i servizi di educazione e di accoglienza della prima infanzia a lavorare in stretta collaborazione con i genitori e i soggetti locali associati allo sviluppo dei minori (come i servizi sanitari o di sostegno alle famiglie);
  • sensibilizzare i genitori ai vantaggi dei servizi di edu­cazione e accoglienza per la prima infanzia, sia per i figli che per loro stessi; utilizzare questi servizi come un mezzo per individuare tempestivamente i problemi fisici o psicologici insorti nell’ambiente scolastico o familiare, nonché le esigenze specifiche o gli eventuali abusi.
  • Aumentare la capacità del sistema edu­cativo di spezzare il circolo vizioso della disuguaglianza, vigilando affinché tutti i minori ricevano un’istruzione inclusiva di grande qualità, in grado di favorire il loro sviluppo sul piano emotivo, sociale, cognitive e fisico: creare un ambiente di apprendimento inclusivo raffor­zando il collegamento tra gli istituti scolastici e i geni­tori;
  • vigilare affinché siano individuati ra­pidamente gli alunni in difficoltà;
  • dedicare particolare attenzione ai minori che soffrono di disabilità o di problemi di salute mentale, ai minori privi di documenti o non registrati

Dobbiamo guardare le peculiarità della complessità attuale, esplolarle e creare visioni nuove, capaci di generare prassi in grado di produrre significato per la comunità, a partire dal ripensamento di cura-educazione-istruzione come imprescindibili ambiti di azioni intercorrelati tra loro come lo sono soma e psiche, in sintesi ciò significa, per dirla ancora una volta con Henri Wallon: riconoscere al bambino il diritto di vivere semplicemente la sua infanzia, agli adulti spetta conoscerla.

Il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni ci permette oggi di interrogare il presente per provvedere ora ai bisogni della cittadinanza infantile di oggi.

Ecco alcune sfide poste sul tavolo, in Italia:

-ripensare la cura-educazione-istruzione in una visione che non scinda corpo e mente

-ripensare i servizi come luoghi di vita in cui tutti e ciascuno si sentano a casa, apprezzati e benvoluti, contesti in cui far fiorire le potenzialità e agevolare la realizzazione dei progetti personali, in una cornice capace di accogliere gli slanci creativi di ognuno

-ripensare la collaborazione con le famiglie in un periodo storico e in un contesto italiano che vede una grande lontananza tra la percezione comune di famiglia e quanto disciplinato dal diritto

– riaffermare il valore del pluralismo e delle differenze individuali e culturali

-riconoscere che non esistono persone tra zero e sei anni che non abbiano bisogni speciali: la logica dei BES è da rigirare come un calzino per rendere universale il diritto ad essere come si è;

– superare ovunque le forme di rendicontazione volte a monetizzare secondo paradigmi meramente quantitativi la qualità degli interventi.

Costruire un sistema integrato richiede tempo, lucidità e una visione di lungo raggio: occorre fare incontrare-conoscere-frequentare le realtà, che spesso non si cooscono, moderare la codifica di termini grazie ai quali definire una sintalità di visione in riferimento a concetti chiave, nello specifico, a partire dai diritti dei bambini e delle bambine (come sancito da legge di stato 176\91) per porre in essere misure che li rendano fattivi.

In tutta Italia fervono pensieri e azioni, ecco alcuni passaggi che in molte realtà hanno iniziato a concretizzare e\0 pianificare:

– far conoscere  tra di loro le tante realtà 0\3  e quelle 3\6, a loro volta molto diverse anche in virtù delle diverse gesyioni a cui fanno riferimento:comunali\statali\paritari\cittadini\periferici\a prevalenza frequentati da locali o con forti presenze di bb con background migratorio;

-esaminare le criticità poste in essere da una giungla di normative che appesantiscono come zavorra l’operazione volta ad avvicinare\accorpare servizi in forma integrata;

– accompagnare il processo di frequentazione che concorre al superamento degli ostacoli derivanti dalla mancata conoscenza reciproca tra operatori: quanto, come, con quale continuità è stata sostenuta nei diversi servzi la capacità di interrogare il presente mano a mano che cambia? A che punto sono? In molte realtà sono già in atto incontri tra personale dei diversi servizi per iniziare a parlare insieme delle rispettive idee di bambino, di quali bisogni gli riconoscono, quali potenzialità accolgono e quali trascurano, quale pedagogia dell’ambiente e degli oggetti coltivano, cosa significa per ciascuno di essi regia educativa, come la declinano, quale idea di partecipazione con le famiglie intendono sostanziare, …quale rapporto con il territorio, …

-Attivare confronti seri per evidenziare -laddove ci sono- le motivazioni per cui talvolta le organizzazioni scaricano sulle spalle dei bambini la responsabilità di adattarsi a esigenze organizzative anzichè attivare processi inversi, ad esempio in merito al sonno, al pannolino, al gioco libero, agli orari dei pasti, alle uscite\entrate ..: come si sono organizzate le diverse realtà per fronteggiare i mille ostacoli imposti da normative igieniche, di sicurezza e privacy sempre più inibenti e ingessanti fino a rendere ormai impossibili quelle stesse azioni che pochi anni fa erano presnetate come buone prassi? Penso alle forme di incontro che ruotano intorno al cibo -che veniva portato da casa per costruire dialogo- oppure alle uscite nel territorio, che in moltissime realtà sono ormai solo storia, al vivere il giardino, …

– Come costruire con le famiglie un’idea di partecipazione che nel tempo è molto cambiata e che è strettamente correlata alle dimensioni della città, allo status, alla ricchezza, …

– In alcuni contesti si sta riaprendo un confronto sul valore delle parole, perchè codificare l’uso dei termini consente di accogliere anche le diverse sensibilità e riduce il rischio di equivoci, oltre che contribuire fattivamente a risignificarle: la lingua è viva e l’uso dei termini cambia, basti volgere l’attenzione a come è cambiato nel linguaggio pedagogico l’uso della parola routine in riferimento al nido

–  un tema caldo è inoltre inerente al diritto dei bambini di vivere sufficienti porzioni di tempo all’aria aperta, indipendentemente dal tempo metereologico (poichè tanti studi mostrano ormai senza dubbio che stare fuori, anche quando fa freddo, genera salute e felicità, non malattia)

– anche rispetto al macrotema dell’ambientamento occorre rinfrescare un dialogo: arriva dalla penisola scandinava una diversa esperienza di ambientamento al nido in tre giorni: quali domande apre questa diversa modalità? E alla scuola dell’infanzia come si accoglie quello stesso bambino che fino a poche settimane prima era al nido?
Una forte spinta alla contrazione dei tempi da parte dei datori di lavoro si scontra con idee pedagogiche a cui in Italia siamo molto affezionati: è possibile processarle con curiosità e rigore, senza abbracciare o respingere nuovi modelli con superficialità?

I tempi toccati erano tanti, ma tanti sono rimasti fuori.

iniziativa che rientra nel percorso Meno alti dei pinguini