coltivare odio e sofferenza

I bambini del paese giocano alla guerra negli atri delle case fredde e così piene che sembrano scoppiare; giocano con i figli vestiti di stracci dei profughi dall’est o dai Sudeti. I bambini del paese rimangono a letto fino a mattina inoltrata per ingannare lo stomaco facendolo ancora dormire all’ora di un pasto che non è possibile avere. Se si mostra loro un libro illustrato cominciano puntualmente a discutere sul modo migliore per ammazzare le persone o gli animali delle figure. I bambini evacuati due volte a causa delle bombe, non hanno ancora imparato a parlare chiaramente, ma pronunciano la parola Totschlagen, ammazzare, con sinistra precisione (…) e nuovi abitanti arrivano ogni giorno in queste piccole case di mattoni già accese dall’odio, dall’invidia e dalla fame di coloro che ci vivono ammassati gli uni sugli altri.

Questo scriveva nel 1946 Stig Dagerman attraversando la Germania nel freddo Autunno tedesco (Iperborea, 2018 – precedentemente in catalogo LINDAU), per interrogare il presente, e lo faceva con il suo sguardo anarchico, viaggiando tra i non visti nella Germania sconfitta, animato da profonda capacità di indagine, con lucida compassione rifuggiva a riparazioni nominali frettolose e consolatorie.

Quali pensieri e sentimenti avranno coltivato quei bambini cresciuti in mezzo a fame, freddo, stenti e violenze, tra l’acqua intrappolata nelle macerie, nella miseria, nutriti di angoscia e indifferenza?

Quali idee di umanità staranno maturando -oggi- i tanti bambini parcheggiati -taluni dalla nascita- nei non luoghi attigui ai muri eretti a protezione dell’occidente ricco, incapace di vergognarsi per come divide arbitrariamente e pretestuosamente gli esseri umani tra cittadini e migranti, e tra migranti economici e migranti politici, tra “casi” di cui farsi carico e “gente” che può morire nel silenzio, sotto agli occhi di tutti?
Cosa significa crescere, nel 2018, nell’acqua che addiaccia tende divenute improbabili case, tende-parcheggio, carcere, alle volte tomba, a ridosso di muri di filo spinato, all’ombra di mitra impugnati contro il pericolo e chiedersi ma sono io il pericolo contro cui rivolgere quelle armi?

E cosa vorrà dire crescere tra i 67 conflitti in corso, senza contare gli attacchi delle milizie armate? Oppure nascere in straniero in Italia? 

La meraviglia è un dono rotondo
Che va e ritorna fra gli occhi ed il mondo
Gli occhi la spargono su fiori e prati
E poi li guardano meravigliati
Gli occhi la spalmano sopra le cose
E poi le trovano meravigliose
La meraviglia sta in quello che guardi?
Oppure sta nei tuoi sguardi?
Sta nelle cose che vedi e che tocchi?
O nelle mani e negli occhi?

scrive Bruno Tognolini.

Dove non si coltiva meraviglia ma denigrazione, si semina odio e sofferenza.

Dagerman ha vivificato, attraverso le sue annotazioni critiche sulla condizione della popolazione tedesca nell’immediato dopoguerra,  domande universali ed eterne:
Si insegna la democrazia facendo soffrire le persone che si sono rese con responsabili di crimini?
Qual è il fine della punizione?

La penna di Dagerman esprime militanza anarchica quando contesta la superficiale affermazione secondo cui alcune condizioni sarebbero indescrivibili; le condizioni

non sono indescrivibili, sono profondamente disgustose, ma quel che è disgustoso non è indescrivibile, è solo disgustoso.
Alla stessa maniera si può rispondere all’affermazione secondo cui le sofferenze patite dai bambini in queste cantine divenute vasche sarebbero indescrivibili.  Se si vuole le si può descrivere in modo assolutamente preciso, le si può descrivere così: chi sta nell’acqua, davanti alla stufa, lascia le patate al loro destino e va verso il letto con i tre bambini che tossiscono,  ordinando loro di andarsene subito a scuola. C’è fumo, fa freddo e si fa la fame in questa cantina, e i bambini, che hanno dormito completamente vestiti, mettono i piedi nell’acqua che raggiunge quasi l’orlo delle scarpe rotte,  attraversano il corridoio buio dove c’è gente che dorme, salgono la scala buia dove c’è gente che dorme, poi escono nel freddo e umido autunno tedesco. Ci vogliono due ore prima che la scuola apra, e gli insegnanti parlano ai visitatori stranieri dell’inumanità di quei genitori che spediscono i propri figli sulla strada.  Ma si potrebbe discutere con tali insegnanti su cosa significhi umanità in questo caso. (…) L’umanità di questi genitori consiste nel cacciare via i bambini dall’acqua di casa alla pioggia fuori casa, dall’umidità malsana della cantina al tempo grigio della strada.
Naturalmente non vanno a scuola, sia perché la scuola non è aperta,  sia perché andare a scuola è solo uno di quegli eufemismi che il bisogno crea in gran quantità per chi è costretto a parlare la sua stessa lingua. Escono per rubare o per tentare di procurarsi qualcosa di commestibile con la tecnica del furto o con qualcun’altra più innocente, se esiste. Si potrebbe descrivere le indescrivibili peregrinazioni mattutine di questi tre piccoli fino al suono di campanella che annuncia il vero inizio della scuola,  poi presentare una serie di indescrivibili immagini delle loro occupazioni sui banchi: come le lavagne di ardesia siano inchiodate alle finestre per difendersi dal freddo, e come al tempo stesso lascino fuori la luce così che occorre tenere una lampadina accesa tutto il giorno, una lampadina così debole da rendere estremamente difficile la lettura del testo da ricopiare;cCome si ha la vista dal cortile della scuola, circondata su tre lati da mucchi di macerie alti circa tre metri, macerie di tipo internazionale che servono anche da gabinetti scolastici.
Non sarebbe poi fuori luogo descrivere le indescrivibili occupazioni che riempiono la giornata di chi rimane a casa,  nell’acqua, o i sentimenti che prova la madre di quei tre bambini affamati quando le chiedono perché non si trucca anche lei come zia Schultze  così da avere cioccolato, conserve e sigarette da un soldato alleato. E l’onestà e la decadenza morale in questa cantina piena d’acqua sono entrambe così indescrivibili che questa madre risponde che nemmeno i soldati di un esercito di liberazione hanno tanta pietà da accontentarsi di un corpo sporco, sciupato è vicina alla vecchiaia, quando la città è piena di corpi più giovani, più forti è più puliti.

La lingua di Dagerman è precisa nel restituire ciò che vede, compie lo sforzo di nominare ciò che altri liquidano frettolosamente come indicibile, poichè solo nominando le cose le si possono tradurre in oggetto di pensiero e indagine. Nello stesso anno di Autunno tedesco usciva il diario-saggio LTI La lingua del Terzo Reich, Taccuino di un filologo (Giuntina) attraverso il quale lo studioso tedesco ebreo Victor Klemperer ha inteso ricostruire e documentare l’utilizzo strategico e strumentale della lingua operato dal regime nazista (ne avevo scritto qui).