le parole dell’incuria in letteratura

Nello splendido racconto I figli del mastro vetraio di Maria Gripe, oggi in catalogo Iperborea , viene descritto sapientemente l’impatto negativo dell’incuria, quella forza impari e oscura che spegne i bambini, persuadendoli di non meritare attenzioni:

Il Palazzo era pieno di servitori che a turno si prendevano cura dei bambini. Ma le persone di servizio cambiavano in continuazione, senza fermarsi mai a lungo. Pietro e Chiara non avevano il tempo di fare conoscenza con nessuno. Insomma, erano sempre circondati da sconosciuti.
Quelle che si presentavano alla porta ogni mattina erano sempre facce nuove. Voci estranee li svegliavano, mani estranee li vestivano, li pettinavano, apparecchiavano e sparecchiavano la loro tavola.
Non si sapeva mai come sarebbero state quelle facce, quelle voci e quelle mani: morbide, gentili e dolci, oppure dure, severe e insidiose.
All’inizio Pietro e Chiara guardavano con preoccupazione ogni nuovo venuto, ma col tempo non se ne curarono più. Si erano abituati, ormai. A che scopo essere ansiosi o contenti? La volta seguente era comunque un estraneo a prendersi cura di loro.

Le parole delle mani, degli sguardi, della postura, dell’ascolto, della pelle sostanziano la cura. Oltrepassando molte barriere.

Non esiste solo la dimensione dell’amore, nel prendersi cura dell’altro, vi è quella, non meno auspicabile, dell’amorevolezza: ovvero la disposizione benevola e affettuosa che si alimenta nella continuità, senza i turbamenti cagionati dall’amore e dai suoi moti.

In una comunità è sull’amorevolezza che si può costruire spirito di solidarietà e senso civico.

Amorevolezza è la parola che ricorre più e più volte nell’opera a cui Pestalozzi tornò per l’intero corso della sua vita: Leonardo e Geltrude, il grande romanzo sociale attraverso cui cercò di affrescare un modello di comunità solidale e collaborativa. Pestalozzi da taluni è stato considerato il precursore della pedagogia a basi biologiche, poichè ricercava il segreto dell’educazione nella vita stessa.

Amorevolezza è pure la parola che meglio esprime quell’idea di cura che nel linguaggio corrente si affianca a educazione per evidenziare il rapporto imprescindibile tra le due dimensioni. E se è vero che siamo spirito incarnato, come sosteneva maria Montessori, e che la psiche si forma per scissione di un nucleo originario, come il corpo che si sviluppa per scissione di un ovulo fecondato, come ha teorizzato Henri Wallon riprendendo la teoria di Pierre Janet, allora corpo e psiche continuano a coesistere anche quando non riusciamo più a comprenderne la dialettica, per le strane forme che assume a causa di patologie degenerative, come l’Alzheimer e le demenze senili.

Il lavoro di cura richiede una postura etica ed attentiva che taluni ricevono per raro dono, che invece i più costruiscono con la pratica e la riflessione; in ogni caso prendersi cura dell’altro richiede una continua interrogazione sul senso del proprio agire.